Riassunto:
seguito di
"Re e regine".
Ci sono situazioni in cui i poteri alieni non servono. E’ quando ci si deve
confrontare con le proprie paure, con le proprie incertezze, in cerca di
risposte...
Data di stesura:
dal 7 ottobre al 19 novembre 2002.
Valutazione:
adatto a tutti.
Diritti: Tutti
i diritti dei personaggi appartengono alla WB e alla UPN, e il racconto è di
proprietà del sito Roswell.it.
La mia e-mail è
ellis@roswellit.zzn.com
Max mosse leggermente la testa sul cuscino ed il suo braccio sinistro si
strinse di più intorno al corpo tiepido di Liz.
Ancora immersa in un sonno profondo la ragazza sospirò rannicchiandosi beata
contro di lui, la nuca premuta contro la spalla di Max e una mano morbidamente
intrecciata alla sua.
Il leggero bussare alla porta della loro stanza si ripeté insinuandosi infine
nella coscienza di Max, che a fatica batté le palpebre e aprì gli occhi. - Sì?
- chiese con voce impastata.
- Papà, sono Jason. Posso entrare? -
Gemendo dentro di sé il giovane si curvò un poco in avanti e depose un bacio
sulla spalla di Liz prima di allungare una mano in cerca del lenzuolo per
coprirsi. - Vieni pure - disse.
Il ragazzino aprì la porta con cautela. - Mi spiace disturbarvi... - Si accorse
che la madre dormiva ancora e abbassò ulteriormente il tono della voce. - Sono
andato a chiamare Lhara per la colazione e siccome non mi rispondeva sono
entrato e... ho trovato questo. - Gli tese un foglio piegato in due.
Perplesso Max si sollevò su un gomito, lo prese e scorse rapidamente le poche
righe vergate nell’elegante grafia di Lhara. - Accidenti... - Con una smorfia
si girò per guardare l’ora sulla sveglia. Erano le otto e un quarto. “E’
tardi...” - Va bene. Ora vai in cucina, io e Liz veniamo subito -
- Ok. Ciao, papà. - Un sorriso apparve sulle labbra di Jason illuminandogli il
volto mentre si chinava a baciargli la guancia. - La nostra valigia è già
pronta e vicino alla porta di casa. -
- Con questo vorresti forse dire che siamo due dormiglioni? - osservò Max
fissandolo sospettoso.
- Mm! - Il ragazzo annuì divertito prima di correre via evitando per un soffio
il cuscino tiratogli dietro dal padre.
Quando la porta si fu richiusa alle spalle di Jason Max tirò via il lenzuolo e
accarezzò piano la guancia di Liz. - Tesoro, svegliati... -
Sorridendo lei lo guardò tra le ciglia socchiuse. - Mi sono svegliata quando
hai lasciato andare la mia mano. - disse con un’espressione così tenera sul
volto che il cuore di Max perse un battito. - Mi dispiace... - Si curvò fino a
sfiorarle la curva del collo con il naso. - Purtroppo è ora di alzarci. -
- Già, ho sentito. - Liz si spinse all’indietro e lo baciò sensualmente sulle
labbra. - Buon giorno, amore... -
Per un folle attimo Max pensò di mandare tutto al diavolo e rimanere chiuso in
quella stanza insieme a lei ma poi il senso del dovere prevalse e si alzò.
Liz si sollevò a sedere e rimase a godersi lo spettacolo del marito che, senza
nulla indosso, attraversava la stanza per andare in bagno.
- Ehi, pigrona, vieni, l’acqua è tiepida al punto giusto! - la chiamò meno di
un minuto dopo.
Ridendo la ragazza schizzò giù dal letto e lo raggiunse sotto la doccia.
All’incirca venti minuti più tardi i due giovani fecero la loro comparsa in
cucina.
- Ciao! Dormito bene? - chiese Diane Evans sorridendo.
- Sì, grazie. Ero davvero stanca... - Liz si avvicinò al tostapane e vi inserì
quattro fette. - E adesso ho una fame da lupi. -
Max, il volto serio, riempì due bicchieri di latte spingendone poi uno al posto
di Liz. - Lhara se n’è andata - mormorò.
- Come? - Diane spalancò gli occhi sorpresa. - Dove? -
- E’ tornata... a casa sua -
A quelle parole Liz si volse perplessa. - E come ha fatto?! -
- Non ne ho la più pallida idea. Ha lasciato un messaggio per me, Jason lo ha
trovato sul suo letto. Dice soltanto che... che ha cambiato idea, che vuole
aiutare attivamente suo fratello. Ti chiede scusa, mamma, per non averti potuto
salutare, e lo stesso vale per te, Liz, e per voialtri - disse guardando Jason
e Shiri.
Shiri si rabbuiò. Si era molto affezionata a Lhara, e si sentì rammaricata per
il fatto che non le avesse mai accennato al desiderio di tornare su Rènida.
- Beh, mi spiace davvero che se ne sia andata. Spero soltanto che non sia
successo qualcosa di grave a suo fratello... - mormorò Diane.
Max scosse la testa. - No, non si tratta di questo. Solo che... non me
l’aspettavo, tutto qui. - Porse a Liz un piatto per il pane abbrustolito poi si
mise a sedere e cominciò a spalmare le fette con la marmellata. Su un paio
versò anche della salsa Tabasco, e ne addentò una.
Il suo modo di fare, fra il distratto e l’assorto, incuriosì la ragazza.
“Dev’esserci dell’altro, qualcosa che non può, o non vuole dire, davanti a
tutti...” Senza volerlo incontrò lo sguardo del figlio, e con un sospiro si
portò il bicchiere di latte alle labbra. A volte aveva l’impressione che Jason
riuscisse a leggere in lei come in un libro aperto... - Potremmo chiedere ad
Isabel se vuole venire con noi. - propose, per rompere il silenzio pesante che
si era creato.
- Sì, è una buona idea - Max, senza finire di mangiare, si alzò di scatto e
andò a telefonare alla sorella, la quale accettò volentieri il passaggio, pur
essendo a sua volta rimasta sconcertata per la notizia dell’improvvisa partenza
della giovane principessa.
Mentre si voltava per tornare in cucina quasi si scontrò con Liz.
- Max, cosa c’è? - Lo afferrò gentilmente per un polso, impedendogli di
allontanarsi da lei. - E’ per Lhara, vero? C’era dell’altro, nel suo messaggio?
-
Dopo una breve esitazione il giovane abbassò gli occhi, a disagio. - Sì. Ha
scritto che... che dopo tutto quello che io ho fatto per Antar... e il tuo
coraggio, e soprattutto il coraggio di Shiri e Jason, che hanno rischiato la
vita per Bren, lei non poteva più continuare a nascondersi qui, facendo finta
di niente, e così... ha scelto di tornare su Rènida. Io... mi sento
responsabile... Se non avessi ostacolato la corsa al potere di Volnis lui non
avrebbe mai attaccato quel pianeta... Se penso a quanta gente sta soffrendo...
sta morendo... solo perché non ho accettato di arrendermi a quell’uomo... -
Liz, sempre più sconvolta da quello che stava sentendo, gli posò una mano sul
viso. - Ma ti rendi conto di quello che dici? Pensi davvero che... che se tu
avessi lasciato che ti uccidessero, e con te Isabel e Michael, Volnis non
avrebbe portato la guerra su altri mondi? Max... quell’uomo era assetato di
potere! Non gli bastava Zoltar, né gli sarebbe bastato Antar! - Lo costrinse a
guardarla negli occhi. - Per quanto tu sia... speciale... non sei onnipotente.
Non puoi farti carico del destino di tutti quelli che ti stanno intorno, né
tanto meno di un intero sistema stellare... In fin dei conti... sei soltanto un
uomo... -
Lui la fissò a lungo, in silenzio, poi, corrugando leggermente la fronte,
chiese: - Ti riferisci... ad un po’ di sano egoismo? -
Liz mosse appena la testa, le sopracciglia sollevate e le labbra stese in un
accenno di sorriso. - Sì -
- E vivere la nostra vita? - domandò ancora Max, abbassando la voce.
La ragazza annuì di nuovo, un’espressione vagamente triste negli occhi di
velluto. - Ne abbiamo il diritto... - mormorò.
Con un sospiro Max le coprì la mano con la propria e volse un poco la testa per
deporvi un piccolo bacio prima di spostarsela sul cuore. - Credo... che tu
abbia ragione. - disse piano.
Lo sguardo di lei scese alla mano grande e bella di Max sulla sua. - Allora...
non pensi male di me? - bisbigliò.
- Perché vuoi quello che voglio io? Vivere insieme, in pace, come due ragazzi
qualsiasi? - Le sorrise intenerito. - Dovresti essere tu a pensare male di
me... Io ho portato lo scompiglio nella tua vita... -
- Sì, è vero - Liz rialzò lo sguardo su di lui. - Ma mi hai anche fatto vivere.
Vivere realmente. Prima di conoscerti ero un’adolescente come gli altri, con
tanti sogni in testa e nessuna idea concreta... Poi, grazie a te, ho cominciato
a crescere. E questo è un dono grandissimo... Spero che pure i nostri figli, e
Lhara, possano un giorno ricevere lo stesso dono... - Scrollò un poco il capo.
- Crescere significa anche soffrire, avere paura... ma fa tutto parte della
vita, e... è meglio vivere davvero che trascinarsi giorno dopo giorno senza uno
scopo... -
- Io l’ho fatto per dieci anni, finché ti ho vista cadere a terra,
sanguinante... e da allora ho smesso di nascondermi e ho iniziato a vivere -
Max se la strinse al petto con il braccio libero e la baciò sui capelli. Sei
stata la mia salvezza... -
Consapevole della profonda emozione del ragazzo Liz si abbandonò contro di lui.
“E tu la mia. Il tuo amore mi ha aperto un mondo meraviglioso...”
Dopo un poco Max la lasciò andare, sia pure di malavoglia, e, mano nella mano,
fecero ritorno in cucina.
- Allora zia Isabel viene con noi? - chiese Jason speranzoso.
- Sì, ci aspetta fra mezz’ora. Ciao, mamma, e grazie di tutto. - Max si
avvicinò a Diane e l’abbracciò stretta. - Non esagerate, tu e papà, con la
ricerca di una casa per noi: non abbiamo soldi da parte, e la banca potrà farci
soltanto un piccolo prestito... -
- Non preoccuparti, a questo ci penserà tuo padre! - La donna gli sorrise con
affetto. - Sono così contenta di sapere che presto tornerete qui a Roswell... -
Un po’ in imbarazzo per il nodo che si sentiva in gola Max la strinse di nuovo.
- Siete stati i migliori genitori che potessimo desiderare - mormorò.
- Spero anche i migliori nonni... - Diane lanciò un’occhiata commossa ai
nipoti, che le sorrisero in risposta prima di salutarla a loro volta con un
caloroso abbraccio.
- Passerete allo studio di Phillip dopo aver preso Isabel? -
- Sì, mamma. Adesso, però, dobbiamo proprio andare: si è fatto tardi,
scusaci... -
- Non preoccuparti. E tu, Liz, mi raccomando, abbi cura di te! -
La ragazza sorrise divertita. - Farò tutto il possibile, credimi! -
Circa tre quarti d’ora più tardi imboccavano la statale per Las Cruces. Dopo
essersi fermati a casa Coltrane erano andati a salutare Phillip Evans, poi
avevano fatto una scappata da Michael e Maria ed infine si erano diretti verso
sud.
Liz e Max erano rimasti quasi sempre in silenzio, assorti nei loro pensieri,
mentre i ragazzi ed Isabel avevano chiacchierato piacevolmente di quello che
avrebbero fatto una volta arrivati. Soprattutto Jason era molto incuriosito dal
lavoro della zia, e voleva sapere quali materie avrebbe dovuto approfondire per
poter frequentare i relativi corsi alla high school. Solo sul sedile posteriore
Lou Krentz osservava il panorama desertico che stavano attraversando ed ogni
tanto alzava lo sguardo al cielo. Era una splendida giornata estiva, e la loro
era l’unica vettura sulla strada. Tutto sembrava così tranquillo, così...
normale... Per un lunghissimo istante avvertì una profonda nostalgia di casa.
Sentiva che il suo compito di custode dei giovani principi era ormai terminato.
Entrambi avevano dimostrato di essere in grado di cavarsela da soli, e presto
non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Il suo cuore doleva all’idea di
doversi separare da Shiri, ricordando ancora la forza con cui si era
avvinghiata alle sue dita quando l’aveva vista la prima volta, un tenero
fagottino sofferente e bisognoso di aiuto. Ma ora era una piccola donna che
necessitava di spazio per crescere. E sarebbe diventata una splendida regina.
Aveva in sé la forza e il coraggio di suo padre, che aveva ridato la libertà ad
un intero mondo, e di sua madre, capace di affrontare a testa alta ogni
ostacolo che il destino continuava a porle davanti. Brentelwoodein Alehnikar
avrebbe trovato in lei un valido sostegno... Si costrinse a rilassarsi, mentre
la voce argentina della ragazza risuonava carezzevole alle sue orecchie. “Ah,
principessa, Rènida è un pianeta davvero fortunato...”
Quando arrivarono in città Isabel provò un inaspettato senso di sollievo. - E’
bello tornare alla vita di tutti i giorni - disse guardando la palazzina dove
si trovava il suo piccolo appartamento, - coi suoi piccoli problemi facili da
affrontare e da risolvere... -
- Come, non ti piacciono i viaggi nello spazio e le sfide all’ultimo sangue? -
- Jason, stai zitto - Senza voltarsi a guardare il ragazzino scese dal
fuoristrada ed inspirò a fondo. Adoro questa città! Adoro ogni singolo granello
di sabbia del New Mexico! Anche se non avrei mai pensato di arrivare un giorno
a dirlo... - Sorridendo allegramente si sporse di nuovo all’interno della
vettura per dare un bacio ai nipoti. - Ciao, piccole pesti! - Fece poi un gesto
di saluto a Lou e a Liz prima di appoggiarsi coi gomiti sul bordo del
finestrino del guidatore. - Ciao, Max, e cerca di non coinvolgermi in altre
storie strane per un bel po’, ok? -
- Ok - Il giovane ricambiò il sorriso, ed Isabel si chinò a baciarlo sulla
guancia. - Bravo! - Poi prese il suo borsone dal bagagliaio e sparì all’interno
dell’edificio.
Mentre riavviava il motore Max diede uno sguardo ai figli dallo specchietto
retrovisore. - Adesso accompagno a casa voi dopodiché io e Liz andiamo
all’ufficio dello sceriffo. E speriamo di riuscire a trovare una spiegazione
plausibile... - aggiunse quasi fra sé e sé.
In effetti non fu semplice convincere l’uomo che Liz, dopo essere stata
aggredita, era riuscita a fuggire e, in stato confusionale, invece di tornare a
casa aveva girovagato fino a raggiungere Roswell, dove l’avevano incontrata i
genitori di Max, che se ne erano presi cura fin quando lui era andato a
riprenderla.
Forse fu il disagio su quei giovani volti, forse fu il modo in cui Liz Evans
sembrava aggrapparsi alla mano del marito, in ogni caso l’uomo credette alla
loro storia e li lasciò andare. Restava sempre il mistero del ritrovamento del
cadavere di Clay Randburg, ma era evidente che quei due ragazzi non
c’entravano. Un altro caso irrisolto che sarebbe andato ad aggiungersi
all’elenco...
- Anche tu in ritardo, eh? - Morgan sorrise a Michael mentre si avvicinava alla
scrivania per accendere il computer.
- Già - Il ragazzo richiuse la porta dietro di sé e andò ad avviare l’aria
condizionata. - Maria si è svegliata poco dopo l’alba, in preda agli incubi,
poi Max e gli altri sono passati a salutarci prima di ripartire, e stasera
ceniamo coi Valenti. Vorrei tanto che fosse già domani... -
- Sì, capisco. Isabel mi ha raccontato cos’è successo... Beh, era quasi
inevitabile che Amy finisse col venire a sapere la verità, quindi tanto vale
togliersi subito il pensiero, non trovi? -
- Spero solo che stavolta Jim abbia messo tutte le sue pistole sottochiave! -
Sbuffando Michael prese una pratica dall’archivio e cominciò a sfogliarne il
contenuto. - Credo che farò un salto agli uffici comunali: voglio controllare
una cosa... Ci vediamo dopo -
Morgan lo guardò uscire poi scosse la testa. “D’accordo, pensiamo al lavoro...”
Digitò una serie di comandi e si immerse nello studio dei dati che comparvero
sullo schermo.
Quando venne l’ora di chiudere l’ufficio Michael fissò l’amico grattandosi
pensoso il mento. - Perché non vieni anche tu, a cena con noi? Dovrebbe esserci
pure Kyle, almeno credo, e forse, fra tutti e due, riuscirete a tenere calma
Amy... -
- Temi che possa commettere qualche altra pazzia? -
- No, non proprio. Ma sai com’è, meglio non rischiare! - Michael controllò che
il suo computer fosse spento prima di seguire Morgan fuori. - Allora? Che ne
dici? -
- Ok - L’uomo tirò fuori dalla tasca dei pantaloni le chiavi della macchina. -
A che ora? -
- Sette e mezza, a casa mia. Andiamo al ristorante messicano sulla Main. -
- D’accordo. A più tardi -
- Ciao - Michael si portò due dita alla fronte in segno di saluto poi si
diresse verso il Crashdown, dove lo stava aspettando Maria.
Nel sentire che Morgan Coltrane avrebbe cenato con loro la ragazza si strinse
nelle spalle. - Perché no? Anche se credo che mia madre abbia davvero capito
che tu non sei un marziano succhia-anime... -
- Succhia-anime? Ma che diavolo dici? E poi, non vengo da Marte! - protestò
Michael fissandola mentre lei, entrata in macchina, si allacciava la cintura di
sicurezza.
- Questo lei non lo sa - obiettò Maria ragionevolmente. - Dai, sali: si sta
facendo tardi... -
Sbuffando il giovane fece il giro della vettura e si sistemò al posto di guida.
- Io non succhio le anime ripeté seccato.
- No, uomo dello spazio. Però infrangi i cuori. Questo lo hai fatto, ammettilo!
-
- Ok, ok... - Scuotendo la testa Michael inserì la freccia e s’immise nel
tranquillo traffico pomeridiano.
Quando, un paio d’ore più tardi, il campanello suonò Maria fece un piccolo
sobbalzo. - Santo cielo, sono in anticipo! -
- Non preoccuparti, ci penso io. Ma tu sbrigati a vestirti, mi raccomando... -
Dopo aver gettato un’occhiata ironica agli sportelli dell’armadio ancora aperti
e agli abiti sparpagliati un po’ ovunque Michael andò ad aprire.
Amy, ferma accanto a Jim, lo guardò mordicchiandosi le labbra, imbarazzata. -
Ciao... -
- Ciao, Amy, Jim... Venite, vi conviene entrare: Maria sta ancora decidendo
cosa mettere - Il giovane fece loro cenno di accomodarsi. - A proposito, viene
anche Morgan. Ciao, Kyle... -
Kyle lo guardò con espressione risentita. - Sono passato dagli Evans,
stamattina. Ho saputo che Max e gli altri sono ripartiti per El Paso -
- Sì, infatti. -
- E perché nessuno si è degnato di avvertirmi? Avrei potuto salutare Lhara,
invece così ho fatto la figura del villano! -
- Beh, sarebbe stato un po’ difficile. Se n’è andata via per conto proprio,
senza farsi vedere -
- Che vuoi dire? -
- E’ tornata a casa sua -
- A casa sua?!? Intendi... - Kyle alzò il dito indice verso l’alto, e Michael
annuì.
- Maledizione! - Il ragazzo s’infilò le mani in tasca e andò a sedersi su una
poltroncina, scuro in volto, seguito dallo sguardo attento del padre.
Il ristorante si rivelò un posticino molto simpatico, il cibo squisito. Un
insieme raffinato ad un prezzo più che ragionevole che venne apprezzato da
tutti, con grande gioia di Maria che a volte disperava di vedere Michael
smetterla di comportarsi come un ragazzaccio che rifiutava di comportarsi da
adulto, per quanto l’incredibile quantità di bustine di zucchero vuote
sparpagliate intorno al suo piatto potesse far pensare il contrario. Il fatto
era che il giovane, come del resto Max e gli altri, proprio non sopportava di
mangiare solo dolce, oppure solo piccante. Doveva essere un misto. Come lui
stesso. Ibrido. Ma a lei andava bene così. Un uomo dello spazio. Contraddizione
in termini. Ovverossia Michael, contraddizione vivente! A volte faccia da
schiaffi a volte dolcissimo. E non le importava delle strane occhiate che ogni
tanto le lanciava sua madre. Michael era sempre stato se stesso, quindi non
c’era alcun motivo per cui lei dovesse mostrarsi tanto preoccupata... Decise di
infischiarsene, non voleva proprio rovinarsi la serata, ma si ripromise di
farci due chiacchiere non appena fossero state da sole. Il loro era un segreto
troppo importante per essere messo in pericolo dalle sue strane fobie! Oddio,
strane... In fin dei conti lei stessa era scappata via urlando quando Liz le
aveva rivelato la verità... Va bene, avrebbe cercato di essere paziente e
comprensiva, però sua madre avrebbe dovuto assolutamente smettere di fissare
Michael come se dovessero spuntargli da un momento all’altro degli orrendi
tentacoli!
Fu così che, dopo essere stati riaccompagnati a casa, Maria guardò risoluta Jim,
Kyle e Michael. Voi andate a fare un giro. Io devo parlare con mia madre. Sciò,
fuori! - Mosse le braccia verso di loro incitandoli ad allontanarsi poi prese
Amy per un braccio e l’attirò dentro casa. - Ok, e ora a noi due! - Andò in
cucina e mise subito sul fuoco un bricco colmo d’acqua, poi prese un barattolo
pieno a metà di una mistura finemente tritata e due tazze. - Una tisana ci
aiuterà a rimanere calme e ragionevoli - borbottò preparando l’infuso.
- Tesoro, io cerco di essere calma e ragionevole, ma se penso che... che lui
è... -
- Mamma, lui è sempre stato! - la interruppe agitando nell’aria il colino. -
Aveva all’incirca sei anni quando lo hanno trovato nel deserto, e per sua
sfortuna è stato affidato a quel mostro di Hank Guerin! Era un bambino come
tutti gli altri, soltanto con molti più problemi! Abbiamo frequentato la stessa
scuola, e se non siamo diventati amici prima è stato solo perché lui, e Max ed
Isabel, non davano confidenza a nessuno! Quindi, dato che hai avuto modo di
conoscerlo anche tu, di vedere che è un ragazzo normalissimo, che mi ama e che
non ha nessuna intenzione di farmi del male, sei pregata di dimenticare che
viene in realtà da un altro pianeta! -
- Maria... ma ti rendi conto? - cercò di protestare Amy. - Lui è... è... un
alieno! - pronunciò l’ultima parola come se fosse qualcosa di disgustoso, e la
ragazza si concentrò sul bollitore per tentare di rimanere tranquilla. - Mamma,
ci sono alieni e alieni. E’ vero, Michael è un extraterrestre. Ma questo non
vuol dire che sia un mostro. I mostri, gli alieni, sono quelle persone orribili
che commettono dei delitti spaventosi. Che uccidono per il piacere di farlo.
Che un momento ti sorridono, e subito dopo ti puntano un coltello alla gola.
Lui è una persona stupenda. Certo, ha i suoi difetti, ma chi è che non ne ha?
Eppure... è disposto a rischiare la propria vita per me, per i suoi amici. Per
te... Si voltò a guardarla negli occhi. Quando gli hai sparato ferendolo a
morte non ha detto niente a Jim. Avrebbe potuto benissimo denunciarti, e niente
ti avrebbe salvata dalla prigione, però lui non ti ha accusata. Non pensi che
questo significhi qualcosa? -
La donna rimase a lungo in silenzio, assorta nei suoi pensieri. - Io... Sì, hai
ragione. Michael non ha mai fatto niente che io possa rimproverargli, e non è
giusto che sapere chi sia davvero cambi il mio modo di comportarmi nei suoi
confronti... Però... però è tutto così assurdo!... - disse poi, rigirandosi tra
le mani la tazza ancora vuota.
- Oh, certo, non dico di no! - Maria sollevò il bricco dal fornello e lo
avvicinò alla sua tazza cominciando a versare l’acqua bollente. - Ci sono stati
molti problemi, molti ostacoli da superare, però si tratta di noi due, della
nostra vita, e vorrei che tu lo accettassi. Io resterò comunque insieme a lui,
tuttavia... sarei più felice se sapessi che non lo odi, che non hai... paura di
lui... -
Amy si strinse nelle spalle, a disagio. - Ho cercato di essere una buona madre,
di insegnarti a vivere in modo responsabile, e ora... ora devo avere fiducia in
te. E’ così che devono andare le cose: insegnare... e poi sperare di aver fatto
un buon lavoro... Io... io credo di aver fatto un buon lavoro, con te. Vero? -
La guardò speranzosa, eppure incerta. Non era stato facile allevare una figlia
da sola, ma ce l’aveva messa tutta e Maria era di sicuro una brava ragazza. Ne
era sempre andata fiera, e si rendeva conto che adesso il problema era soltanto
lei stessa.
Maria versò l’acqua anche nella propria tazza e cominciò a ruotare con cura il
cucchiaino. - Sì, hai fatto un buon lavoro. Credo che... che non sarei stata
capace di affrontare tutto quello che è successo in questi anni, altrimenti...
E’ per questo che mi ha fatto tanto male vederti reagire in quel modo... E’
stato come se... mi avessi messo sotto accusa e giudicata colpevole in un solo
attimo, dimenticando all’istante quello che ero sempre stata. Come se ogni cosa
fosse stata spazzata via con un colpo di spugna lasciando solamente quell’unica
verità. Io ho sposato l’uomo sbagliato. Ma non è così, mamma, credimi. E poi...
- Rialzò la testa accennando un sorriso, - solo il tempo potrà dirlo, no? -
Amy si portò alle labbra la tazza e bevve un piccolo sorso. - Sì, è vero... -
Fece una smorfia: la tisana scottava ancora. - Ok, credo che sarà meglio fare
le mie scuse a Michael. L’ho trattato davvero male... -
- E’ il minimo che si possa dire - Maria soffiò con cautela sulla superficie
della tisana prima di bere. Vuoi che li avverta che possono tornare? - chiese.
- No. Godiamoci questo momento, è da tanto che non ce ne stiamo così,
insieme... - Le sorrise con affetto. - Mi manchi, sai? -
- Anche tu. - La ragazza ricambiò il sorriso e sollevò la tazza in un brindisi
scherzoso, subito imitata dalla madre.
Era molto tardi quando Jim, Amy e Kyle tornarono a casa loro, e mentre si
dirigeva verso la camera da letto per prendere le lenzuola da stendere sul
divano su cui avrebbe dormito il giovane annunciò quasi con indifferenza che
l’indomani sarebbe rientrato a Santa Fe.
La sua improvvisa decisione fece sorridere involontariamente Jim, al quale non
era sfuggita la simpatia del figlio per Lhara, ma poi un’espressione
preoccupata gli si dipinse sul volto. Cosa sarebbe successo se lei non fosse
più tornata? Per quanto tempo Kyle avrebbe rimuginato sul suo dolore? Ci era
già passato con Tess, e la tenacia con cui si era dedicato allo studio in
accademia tradiva il profondo disagio di quei primi, difficili mesi. Poi, un
poco alla volta, era tornato sereno, e non voleva vederlo impantanato di nuovo
in una situazione come quella... Ma cosa si poteva dire ad un figlio di vent’anni
attratto da una ragazza bellissima, intelligente, sensibile e che ricambiava,
almeno apparentemente, il suo interesse?
Quando lui ed Amy si ritirarono per dormire l’uomo incrociò le braccia dietro
la testa ed emise un sospiro.
- Cosa c’è? - domandò la donna girandosi sul fianco per guardarlo.
- C’è che saranno pure alieni, ma quei benedetti ragazzi sono capaci di creare
gli stessi problemi di un qualsiasi moccioso terrestre! -
- Che vuoi dire? -
- Ah, lascia perdere, non voglio pensarci! -
Cominciando ad agitarsi Amy si sollevò su un gomito. - Intendi... Michael? -
Jim scosse lentamente la testa. - No. Intendo Lhara. Kyle è pazzo di lei -
- Come?!? -
- Già. Peccato che anche Lhara, come Tess, sia tornata sul suo pianeta
d’origine... Dannazione, comincio a pensare che Kyle sia davvero sfortunato con
le donne! Proprio come me... -
- Ehi! Cosa stai insinuando? - Gli diede un piccolo pugno sullo stomaco. -
Guarda che se mi arrabbio io... -
- Ough! - Con un gemito l’uomo le afferrò la mano. - Mi riferivo alla mia ex
moglie, non a te! - esclamò.
- Quindi tu... - Fingendosi arrabbiata Amy rotolò su di lui per colpirlo di
nuovo, - tu pensi a lei mentre io sto qui sdraiata accanto a te! Questa me la
paghi! -
Lottarono per un po’ come due ragazzini, poi fecero l’amore e giacquero di
nuovo tranquilli uno accanto all’altro.
- Sei sicuro che non debba preoccuparmi per Maria? - chiese ad un tratto Amy
stringendosi a lui.
- Sì - Jim l’abbracciò con dolcezza e le diede un bacio leggero sulla fronte. -
Michael e i suoi amici hanno dei poteri speciali, questo è vero, ma per il
resto sono proprio come noi. Possono amare, e ferire ed essere feriti, come
chiunque altro... In questo... sono molto umani, credimi... -
Finalmente convinta Amy chiuse gli occhi sorridendo. - Ok... - Poi si
addormentò placida, cullata dal lento respiro del marito.
“Caro diario, sono davvero stanca! Tornare al lavoro è stato tutto sommato
piacevole, dopo quello che abbiamo passato. E’ stato come riprendere contatto
con la realtà. Una realtà che sono in grado di affrontare con le mie sole
forze, e che mi rende possibile avere ancora fiducia in me stessa. Max è
meraviglioso, come sempre... Mi accompagna ogni giorno fino al laboratorio e
poi viene a riprendermi per tornare a casa insieme, ma per il resto del tempo
mi lascia sola con i miei colleghi. In un primo momento non riuscivo a capire
perché facesse così, pensavo che, al contrario, avrebbe dovuto vigilare su di
me perché nessuno potesse più avvicinarsi per farmi del male, e poi mi sono
resa conto che le persone con cui lavoro, perfino Stewart Benson, il vice
direttore del progetto che ha preso il posto di Randburg nel nostro staff, si
preoccupano di farmi sentire a mio agio. E quello di cui avevo bisogno era
proprio questo. Una tranquilla routine, che mi aiutasse a dissipare
l’inquietudine che ancora provo quando ripenso a quel terribile pranzo, e
l’amichevole presenza di John, Carl, Dean e Malcolm è davvero preziosa! Quasi
sempre, comunque, Max ci raggiunge a mensa, e spesso con lui ci sono Frank e
Lucas, due stagisti come noi, di Alamogordo. Certo, si finisce col parlare solo
di lavoro, ma tutto questo mi fa sentire bene, normale. Se invece avessi dato
retta al mio istinto, che mi spingeva a trascorrere con Max ogni momento
libero, avrei finito col diventare prigioniera delle mie paure... Il guaio è
che c’è tanto da fare, tanti esami, tanti controlli, e le giornate passano in
un baleno, risucchiandomi le forze, mentre i due bambini che porto in grembo
cominciano a far sentire la loro presenza, e spesso la sera mi addormento
ancora prima di aver posato la testa sul cuscino! Devo confessare di sentirmi
sollevata per aver perso il lavoro in pizzeria, perché dubito sinceramente che
avrei potuto continuare ad andarci... Invece il proprietario ci ha sostituiti
dopo che non ci siamo fatti vivi per due giorni consecutivi senza avvertirlo, e
Max ha trovato un posto presso un drugstore aperto anche la notte, dove copre
il turno serale dalle sette e mezza all’una dal martedì alla domenica. Quasi
sempre mi sveglio quando rientra e viene a letto, allora lo stringo a me e lo
accarezzo finché sento che si è addormentato. Non è come fare l’amore, certo,
ma averlo lì, essere finalmente noi due soli, mi dà una pace grandissima. E’
giusto non stare insieme ogni momento, perché ognuno ha bisogno di fare le
proprie esperienze, ma quando siamo di nuovo vicini mi sento così completa,
così... forte... Grazie, Max, grazie per aver scelto di amarmi.” Liz chiuse il
diario e si strofinò gli occhi con la punta delle dita. La penna cadde per
terra ma non se ne curò. Si sentiva veramente sfinita. Rimase a lungo immobile,
l’attenzione concentrata sui deboli rumori della casa. Jason e Shiri erano
andati a dormire già da un pezzo, e Lou doveva essere al suo solito punto di
osservazione, dietro la finestra del soggiorno. Guardò la sveglia sul comodino.
Le undici e venti. Con un sospiro si sollevò il bordo della leggera maglietta
che usava come pigiama e osservò i puntini luminosi che le coprivano ormai
tutto lo stomaco. Accennando un sorriso vi mise sopra le mani e chiuse gli
occhi. Riuscì a percepire quasi subito la strana sensazione di calore ed
energia che palpitava al delicato ritmo dei due cuori. La pancia stava appena
cominciando ad arrotondarsi ma loro erano già lì, completi nella loro minuscola
perfezione. Max controllava di continuo le sue condizioni e sapeva che ogni
cosa stava andando bene, e lei poteva vedergli sul volto la gioia per quel
nuovo miracolo di vita. Quando l’aveva riportata indietro dalla morte, quel
giorno al Crashdown, aveva sentito la sua solitudine, il suo disperato ed
inconfessato bisogno di lei, e aveva desiderato poter cancellare quel dolore.
Poi erano giunte la paura, la confusione, ma alla fine la dolcezza della sua
anima aveva fatto breccia in lei ed aveva deciso che non sarebbe mai più stato
solo. Non era stato sempre così, purtroppo. Tante volte erano stati divisi, per
poi ritrovarsi. Più forti, più uniti. Ed erano arrivati Jason e Shiri. Presto
ci sarebbero stati anche quei due bambini, e la loro sarebbe diventata una
bellissima famiglia! Era una cosa che aveva sognato fin da piccola, quando
passava ore ed ore a giocare con le bambole insieme a Maria.
Lo squillo sommesso del cellulare la colse di sorpresa. Tese una mano verso il
comodino per prendere l’apparecchio e riconobbe immediatamente il numero. -
Maria! Stavo pensando proprio a te! Come stai? -
“- Ah, bene, grazie. Sai, ho appena finito di cantare e volevo farti sapere che
è stato un vero successo! ” L’allegra risata della ragazza risuonò a lungo
nell’orecchio di Liz, che sorrise di rimando. - Ne sono davvero contenta -
disse appoggiandosi più comodamente contro i cuscini.
“- Max non è ancora tornato, vero? No, certo, è troppo presto... Santo cielo,
Liz, non dovresti rimanere da sola, la notte! -”
- Maria, nella stanza accanto ci sono i ragazzi, Lou è in soggiorno e Max
rientrerà fra poco più di un’ora... -
“- Ma se nel frattempo dovessi avere bisogno di aiuto? Guarda che, nel caso te
lo fossi scordato, sei in dolce attesa! -”
- No, non l’ho dimenticato. - La voce di Liz risuonò bassa e tenera. - Oh,
Maria, sono così felice... Finalmente sta andando tutto a meraviglia... Fra un
paio di settimane torneremo ad Albuquerque e potremo dare gli ultimi esami, e
poi Roswell. Non vedo l’ora, sai? -
“- Già, ti capisco. Sarà divertente essere di nuovo tutti insieme, come ai
vecchi tempi... Pensa che tua madre ed io abbiamo adocchiato una casa molto
carina a metà strada fra la mia e quella di Morgan! E’ ad un solo piano e con
un bel giardino, e chiedono un prezzo abbastanza ragionevole. Sono sicura che
vi piacerà! -”
- Maria, forse è un po’ troppo presto, non credi? -
“- Non preoccuparti, vedrai che non la venderanno prima che tu e Max possiate
vederla! Non è che ci sia una grande richiesta di case, da queste parti:
Roswell non è esattamente una metropoli attira folle!... -”
- Questo è vero - Liz rise divertita poi emise un sospiro. - E’ tardi, e tu
starai morendo dalla voglia di tornare da Michael... Grazie per avermi
chiamata. Buona notte... -
“- Buona notte, Liz. A presto -”
- A presto - La ragazza interruppe la comunicazione, rimise il cellulare sul
comodino e spense la luce. Giratasi sul fianco protese il braccio dalla parte
di Max. Odiava quello spazio vuoto. Le sembrava così freddo, così...
definitivo. Ma tra poco lui sarebbe tornato e lo avrebbe riempito con il suo
corpo snello e muscoloso. Sorrise dolcemente a quel pensiero e scivolò nel
sonno senza accorgersene.
- Ehi, ti va di cenare insieme? Oggi è stata una giornata davvero massacrante e
non ho alcuna voglia di concluderla tutta sola davanti alla televisione! - Ivy
diede un ultimo colpo di spazzola ai lunghi capelli color miele e fissò
speranzosa Isabel, che si stava ritoccando il rossetto.
- Perché no? Potremmo anche andare al cinema, che ne dici? -
- Buona idea! Pronta? -
La ragazza annuì e i morbidi capelli biondi le sfiorarono dolcemente le spalle.
Li aveva tagliati solo il giorno prima ma ne era molto soddisfatta. Le piaceva
come le incorniciavano il viso ed era certa che Morgan avrebbe approvato.
Peccato che quel fine settimana fosse impegnato con un’indagine e non potesse
venire a Las Cruces...
Mentre uscivano dalla palazzina incrociarono Robert e Susan, altri due
colleghi, e li invitarono ad unirsi a loro.
Isabel era la più giovane del gruppo ma la sua disponibilità e la grande
intelligenza che dimostrava sul lavoro le avevano procurato molte amicizie. Il
fatto poi che fosse originaria di Roswell suscitava curiosità e battute che
affrontava con tranquilla ironia. Aveva davvero bisogno che qualcuno attenuasse
le fosche tinte che da troppo tempo avvolgevano la sua vita...
Il locale in cui si fermarono a mangiare era un grazioso ristorante frequentato
abitualmente dai professionisti della cittadina e il cibo si rivelò squisito.
Robert raccontò diversi aneddoti, spesso contraddetto dalla moglie, e Ivy
contribuì con una serie di barzellette che più di una volta fecero arrossire
Isabel.
Dopo aver visto il film d’azione che davano al cinema vicino al campus decisero
di fare una passeggiata. La sera era bellissima, e poiché era venerdì c’era
molta gente in giro ed incontrarono diverse persone che conoscevano.
Quando Isabel rientrò a casa erano quasi le due ma non si sentiva assolutamente
stanca. Si sentiva, al contrario, piena di energie ed ottimismo. Canticchiando
contenta si spogliò lasciando cadere i vestiti per terra man mano che si
avvicinava al bagno, aprì il rubinetto della doccia e sollevò il viso verso il
getto di acqua tiepida.
Dopo aver infilato l’accappatoio si avvolse un asciugamano intorno ai capelli e
prese un vasetto di crema. In realtà non aveva alcuna necessità di usare
prodotti di bellezza, ma ogni tanto ne comprava qualcuno perché il semplice
atto di spalmare quelle creme soffici e profumate l’aiutava a rilassarsi.
Sorrise tra sé. Morgan la prendeva sempre in giro quando tirava fuori il suo
cofanetto, una graziosa scatola rivestita di stoffa che le aveva regalato Max
per il suo dodicesimo compleanno, e cominciava a frugare tra gli innumerevoli
barattolini di vetro alla ricerca di quello la cui essenza profumata si
conciliava con lo stato d’animo del momento. E in quel momento aveva voglia di
qualcosa di molto speziato, fresco e intenso. Annusò soddisfatta l’interno del
coperchio poi passò la punta di un dito sulla crema e cominciò a stenderla con
delicatezza sul collo e la parte superiore del petto, dopodiché prese il
pettine e districò pazientemente i folti capelli fino ad ottenere un’ordinata
massa scintillante sotto la calda luce della piccola lampada a stelo posta
sulla toletta. Quando ebbe terminato infilò la camicia da notte e andò a
sedersi sull’ampio davanzale interno della finestra, lo sguardo perso nella
notte ed un piccolo sorriso sulle labbra finemente disegnate. Appoggiò la nuca
contro la parete alle sue spalle e chiuse gli occhi lasciandosi scivolare in un
leggero stato di trance finché si ritrovò proiettata nei sogni di Morgan.
Sapendo come lui si sentisse a disagio ogni qualvolta utilizzava i suoi poteri
si limitò a fargli sapere che era davvero lì, per salutarlo, e che gli mancava
molto, poi contattò Jason ed ascoltò divertita le riflessioni del nipote sulle
attività sociali che andava scoprendo insieme a Shiri durante le lunghe ore che
trascorrevano soli con Lou tra la piscina comunale, il parco e la biblioteca.
Quando uscì dallo stato di trance si stiracchiò con voluttà. Era contenta di
sapere che i due ragazzi stavano bene. Lo poteva percepire dall’entusiasmo con
cui Jason le parlava. Evidentemente era molto legato alla sua famiglia, e
l’affetto di cui era circondato lo stava aiutando a crescere in modo sereno ed
equilibrato. Un po’ come era successo a lei e Max. Era importante vivere
sentendosi amati, sapendo che qualcuno si preoccupava per te, ed era ancora più
importante quando eri anche costretto a guardarti sempre le spalle. Per fortuna
il destino aveva messo sulla loro strada Diane e Phillip Evans, così avevano
potuto aiutare Michael, che invece era finito nelle grinfie di un uomo come
Hank... E adesso avevano il mondo nelle mani, se solo fossero riusciti a
difenderlo! Il loro mondo, il loro futuro, i loro figli... Per la prima volta
nella sua vita sentì che, accanto a Max e Michael, sarebbe stata in grado di
affrontare qualsiasi cosa. Adesso capiva la fredda determinazione con cui il
fratello aveva distrutto i suoi nemici: non era il gelido spettro del sovrano
di Antar, ma la disperata volontà di proteggere i propri cari. Zan era stato un
uomo eccezionale, carismatico e potente, e Max ne aveva conservato intatte
tutte le qualità. Certo, quando il suo sguardo diventava remoto metteva quasi
paura, sembrava davvero un’altra persona, però, dopo i mille pericoli che
avevano dovuto superare in quegli anni, si rendeva conto che se non fosse stato
così probabilmente nessuno di loro sarebbe sopravvissuto. Purtroppo c’era
sempre un prezzo da pagare, ma in quel caso ne valeva davvero la pena... Per un
attimo s’incantò a guardare la bianca luminosità della luna. Aveva imparato ad
apprezzare le bellezze naturali di quel pianeta, non lo vedeva più come un
posto cui sentiva di non appartenere. Adesso la Terra era la sua casa, e
desiderava dal profondo del cuore di potervi vivere in pace. A malincuore scese
poi dal davanzale e andò a letto.
Il martedì Ivy l’accolse con un sorriso un po’ teso. - Ciao, Isabel, tutto
bene? -
- Sì, certo, grazie. E tu? - Isabel si aggiustò il cerchietto di tartaruga fra
i capelli guardandola incuriosita. Ivy era una donna molto in gamba, di
carattere socievole anche se a volte aveva colto in lei un certo riserbo, e
fino a quel momento non l’aveva mai vista a disagio.
- Ho bisogno di parlarti. Ti va di venire a prendere un caffè? -
Perplessa, la ragazza annuì e si lasciò scortare fino al piccolo bar situato al
piano superiore. Quando ebbe davanti la tazza colma di liquido bollente prese
una confezione di crema e ve la versò con fare distratto. Allora? Cosa è
successo? - chiese, il tono di voce volutamente leggero.
- Tu... sai per conto di chi stiamo facendo queste ricerche? -
- Per l’università. Almeno credo. -
Ivy la fissò attenta. A trentasei anni aveva imparato a giudicare le persone in
pochissimo tempo. Era un requisito molto importante per il lavoro che faceva, e
di solito la sua prima impressione si rivelava esatta. Isabel Evans, invece,
continuava a sfuggirle. Di sicuro era in gamba, preparata, ma a volte le
sembrava terribilmente ingenua. Possibile che non avesse capito quale fosse
l’obiettivo finale della ricerca che il loro gruppo stava portando avanti?
Oppure se ne era resa conto ma non voleva farlo sapere? Aveva lo sguardo aperto
di chi non ha un segreto al mondo, e di sicuro non era il tipo che avrebbe
tenuto per sé eventuali dubbi. No, la sua giovane amica non aveva alcuna idea
del progetto cui stava involontariamente prendendo parte... Forse avrebbe
dovuto aspettare ancora, fare ulteriori verifiche, ma di lì ad una settimana il
suo stage sarebbe terminato e lei avrebbe fatto ritorno ad Albuquerque. Non le
restava più molto tempo, e ancora una volta si domandò se non stesse per
commettere un grave errore di valutazione... - Per l’università, sì, certo,
ma... su incarico dell’aeronautica militare - Tacque per un attimo e studiò il
suo bel volto, la fronte leggermente corrugata in un’espressione interrogativa.
- E cosa c’entra l’aeronautica militare con i programmi di controllo degli
impianti di distribuzione idrica? -
La donna scosse con noncuranza una spalla. - Quel tipo di impianti ha molte
similarità con alcune attrezzature usate per il rifornimento degli aerei -
- Oh! - Isabel bevve un sorso di caffè senza distogliere lo sguardo da lei, per
incitarla a proseguire senza tuttavia sembrare troppo curiosa.
Improvvisamente ansiosa di porre termine a quella conversazione Ivy spinse da
parte la propria tazza e sospirò. - Hai mai considerato la possibilità di
lavorare per l’aeronautica? -
A quelle parole la ragazza scoppiò in una risatina divertita. - Io?!? No
davvero! Ma tu mi ci vedi in uniforme?! -
- Non dovresti arruolarti per forza, sai? Ci sono molti ricercatori civili che
portano avanti programmi per noi... -
Isabel sgranò gli occhi con aria innocente, per quanto la parola “noi” le
avesse stretto lo stomaco in una morsa di terrore. - Guarda che mi manca ancora
un semestre per laurearmi! E poi, in ogni caso, dopo gli studi tornerò a
Roswell. E’ la città dove sono nata e dove voglio vivere con mio marito... -
- La base di White Sands non è molto lontana da Roswell, e comunque la maggior
parte delle ricerche viene svolta in laboratori esterni, come questo. Pensaci
su e fammi sapere qualcosa prima di ripartire per Albuquerque. Tu sei una
ragazza molto in gamba, e credo che saresti sprecata in una cittadina senza
grandi risorse come Roswell. -
Isabel fece una spallucciata. - Sì, forse hai ragione. Quando andavo al liceo,
infatti, il mio sogno era quello di andarmene dal New Mexico, ma poi ho
cambiato idea. Il mito della grande metropoli non mi attira più, mentre
desidero molto vivere in un posto tranquillo insieme a Morgan e con una nidiata
di bambini... -
La sua espressione sognante strappò un sorriso ad Ivy. - Sei incinta? - le
chiese ammiccando.
Vagamente rattristata Isabel scosse piano la testa poi si scostò dal bancone. -
Grazie per il caffè. Adesso, però, è ora di tornare al laboratorio... -
- Sì, certo. Mi prometti che penserai a quello che ti ho detto? -
- Ok - Lasciò che l’amica la prendesse sottobraccio ed uscirono dal bar.
Quel pomeriggio stesso, terminato l’orario di lavoro, salì sulla sua auto e
partì per El Paso. Doveva assolutamente parlare con Max, e non intendeva farlo
per telefono!
Aveva da poco superato il cartello che indicava che mancavano solamente cinque
miglia per arrivare in città allorché vide una macchina parcheggiata a lato
della strada. “Sembra quella di Morgan...” pensò incerta. La superò poi, in
preda al dubbio, sterzò bruscamente sulla destra e spense il motore. “Non mi
costa niente andare a controllare!” decise scendendo dall’auto e sbattendo con
forza lo sportello dietro di sé. Quando fu accanto alla vettura verificò la
targa impolverata e si grattò perplessa la fronte. “Sì, è la sua. Ma... lui
dov’è?” Si guardò intorno senza vedere altro che terreno brullo e cespugli di
creosoto. Sentendosi vagamente preoccupata s’incamminò verso una piccola altura
non molto distante. Quando la ebbe aggirata si fermò di colpo. Ad un centinaio
di metri c’erano degli uomini che stavano picchiando selvaggiamente qualcuno.
“Maledizione!” Corse verso il piccolo gruppo poi si fermò di scatto e tese un
braccio davanti a sé. Un invisibile flusso di energia si sprigionò dalla sua
mano e due uomini vennero scaraventati all’indietro. Avanzò ancora di qualche
passo, in preda allo sdegno, e altri tre rotolarono lontano. L’ultimo,
evidentemente spaventato da quello che era successo ai suoi compagni, corse via
senza mai voltarsi.
“Idioti!” Isabel si affrettò accanto all’uomo disteso a terra ed emise
un’esclamazione soffocata. Morgan! - Si accucciò dietro di lui per sostenerlo
mentre cercava di mettersi a sedere. - Accidenti, cosa ci fai qui? E chi erano
quei vigliacchi? -
Il giovane si appoggiò per un attimo a lei poi, ripreso un po’ di fiato, si
alzò in piedi. - Era una trappola... - mormorò passandosi una mano sul labbro
spaccato. Aveva il viso sporco di sangue, che usciva da una ferita sul
sopracciglio destro, e un grosso ematoma sullo zigomo. Il braccio sinistro
ciondolava inerte per un profondo taglio poco sotto la spalla.
- Sì, lo immagino. In sei contro uno... Bastardi! -
Morgan si tastò il torace con la mano destra e fece una smorfia. - Mi hanno
conciato proprio bene... - Le sorrise di sbieco, provocando un piccolo fiotto
di sangue dallo spacco sul labbro. - Grazie per l’aiuto. Quelli... avevano
intenzione di farmi fuori... -
- Me ne sono accorta - La ragazza si incuneò sotto la sua spalla destra e lo
sostenne fino alla propria auto. - Non stavi seguendo un caso di pirateria
informatica? -
- Già. Ma a quanto pare gli hacker sono collegati al traffico di droga, ed io
sono arrivato proprio nel bel mezzo di una grossa consegna... -
- Pensi che potrebbero tornare? - Isabel gettò un’occhiata alle loro spalle ma
non vide nessuno.
- Non credo. Non possono permettersi di restare troppo a lungo qui, dove
potrebbero essere scoperti da una pattuglia della polizia di frontiera...
Sicuramente se la saranno già data a gambe... -
Scuotendo la testa lo appoggiò contro la fiancata della macchina ed aprì lo
sportello del passeggero. Avanti, ti porto da Max. Lui si occuperà delle tue
ferite e dopo ti riaccompagnerò qui, così potrai riprendere l’auto e tornare a
Roswell -
- No. -
- Come, no? - Isabel si voltò di scatto verso di lui. - Hai il viso massacrato,
sei ferito al braccio e... e chissà in quanti altri punti! Ci vogliono soltanto
pochi minuti per arrivare a casa sua! Oppure preferisci l’ospedale? - aggiunse,
un po’ spazientita.
- Io... non voglio che tu o tuo fratello veniate coinvolti in questa storia...
E’ troppo pericoloso... Quella gente non scherza, credimi... -
- Beh, nemmeno noi, se è per questo - La ragazza lo fronteggiò con decisione,
le braccia incrociate sotto il petto. - Sappiamo difenderci, e non permetteremo
che degli schifosi trafficanti di droga facciano del male a te o a qualcun
altro! Non mi preoccupo per Max, o Michael, ma penso a tutti coloro che
rischiano ogni giorno di morire per colpa di quella porcheria! Io voglio
aiutarti a fermarli, ma per prima cosa voglio aiutare te! Devi farti vedere da
qualcuno, o Max o un dottore! Scegli tu... -
- Isabel, sei mia moglie, non mia madre! -
- Giusto. Per questo ti sto dando la possibilità di scegliere -
Morgan rise suo malgrado, e si piegò in due per una violenta fitta al costato.
- Hai ragione. Mia madre era una vera e propria despota - rispose un po’ a
fatica.
- Allora? -
- Ospedale - cedette alla fine lui.
- L’orgoglio ti ucciderà... - commentò Isabel prima di aprire lo sportello, poi
fece il giro della vettura e si sistemò dietro il volante. - Ok, andiamo. -
Al pronto soccorso dell’ospedale di El Paso si presero subito cura di Morgan
mentre Isabel attendeva imbronciata su una scomoda sedia di plastica verde
scuro nel corridoio antistante l’area d’emergenza.
Ci vollero più di due ore ma alla fine l’uomo fece ritorno da lei. Aveva
vistose medicazioni sul volto e il braccio sinistro al collo, e da sotto la
camicia si intravedeva lo spessore del bendaggio protettivo intorno al torace.
La ragazza rimase in silenzio fin quando furono di nuovo in macchina. Allora si
lasciò andare contro lo schienale e girò il volto verso Morgan. - Sei sicuro di
sentirti bene? - gli chiese sottovoce.
- Sì, solo un po’ ammaccato... Comunque, grazie ancora per l’intervento. Devo
ammettere che me la stavo vedendo brutta... -
- L’ho visto... Ma... ti rendi conto di cosa sarebbe successo se non fossi
passata proprio in quel momento? - Isabel non riuscì a trattenere le lacrime e
gli gettò le braccia al collo.
- Ehi, tranquilla, è tutto finito! - cercò di calmarla lui, accarezzandole la
schiena con la mano libera e dandole una miriade di baci leggeri sulle labbra.
- Vorrei avere il potere di proteggerti sempre e ovunque... Vorrei che non ti
succedesse mai niente, mai! -
- Amore, non è possibile, lo sai... - Fece scivolare la mano fino al suo viso e
giocherellò con le bionde ciocche che le sfioravano la guancia. - Hai tagliato
i capelli! - notò sorpreso.
Isabel emise un suono più simile ad un singhiozzo che ad una risata. - Devi
essere ancora sotto choc, se te ne sei accorto solo adesso... -
- Isabel... tesoro, è vero, sono scosso, ma questo non significa che sia in
punto di morte, credimi! - le parlò dolcemente, nel tentativo di alleggerire la
tensione, ma lei iniziò a tremare con forza e premette la fronte sulla sua
spalla. - Ti prego, vieni a Las Cruces e resta qualche giorno con me... -
bisbigliò.
Morgan la tenne stretta a sé senza dire nulla poi si raddrizzò e le prese il
mento nel cavo della mano. Stavi andando a trovare Max e Liz? -
La ragazza annuì distogliendo lo sguardo da lui. - Sì, io... volevo... volevo
parlare con mio fratello di una cosa, ma... non è realmente importante. Ora...
forse è meglio tornare a casa. - Senza aggiungere altro si sistemò meglio sul
sedile prima di allacciarsi la cintura di sicurezza e girare la chiave nel
quadro. - La tua macchina la recupereremo domani - disse soltanto, mentre
ripercorrevano la statale in direzione nord ovest.
Quando giunsero nell’appartamento di Isabel la giovane aiutò il marito a
spogliarsi e gli diede un accappatoio. - Fra dieci minuti la cena sarà pronta.
Immagino che tu non abbia neppure pranzato, vero? -
- Solo un sandwich verso l’una. - Morgan sedette al tavolo nel piccolo
soggiorno e la guardò frugare negli sportelli della credenza alla ricerca di
piatti e bicchieri. Sospirò rassegnato quando lei fece bollire l’acqua posando
una mano sulla pentola mentre il sugo si scaldava normalmente sul fornello a
gas. Avrebbe preferito che non usasse i suoi poteri se non in caso di effettiva
necessità ma si rendeva conto che era meglio non affrontare quell’argomento per
non scatenare imprevedibili reazioni. O meglio, reazioni fin troppo
prevedibili, che preferiva evitare sapendo di non poter fare niente in merito.
Isabel non era completamente umana, quindi doveva accettare anche quelle cose
di lei che facevano parte della sua diversità.
Sorrise quando gli mise davanti il piatto fumante. - Non ho mai mangiato una
pasta buona come la tua, lo sai? -
- Grazie. - La ragazza gli sedette di fronte e riempì i bicchieri di acqua.
Finito di mangiare Isabel lo sospinse decisa verso il bagno prima di mettersi a
riordinare. Avere accanto Morgan la faceva sentire bene. Le parole di Ivy
persero di colpo il loro cupo significato e decise che se ne sarebbe
preoccupata più in là. Adesso voleva soltanto pensare all’uomo che amava, e che
aveva rischiato di perdere senza neppure saperlo. Quando ebbe rimesso tutto a
posto andò in camera da letto e scelse la camicia da notte più bella.
Sorridendo soddisfatta la indossò, poi si spazzolò vigorosamente i capelli e
mise due gocce del suo profumo preferito.
Quando Morgan la raggiunse lei gli indicò perentoria il letto. - Sdraiati
subito, sembra che tu debba crollare da un momento all’altro! Vado a lavarmi i
denti e quando torno voglio che tu sia sotto le lenzuola, capito? -
- Agli ordini, piccola - L’uomo accennò un saluto militare poi si sedette sul
bordo del materasso. Si sentiva davvero a pezzi, ma quando Isabel si fu
adagiata al suo fianco si protese verso di lei e la baciò profondamente. -
Vorrei fare qualcosa di più che baciarti... - mormorò con rimpianto.
- Non preoccuparti, mi basta sapere che sei qui - Gli infilò una mano tra i
capelli, sotto la nuca. - Ora dormi, devi essere sfinito... - Lo guardò finché
si fu addormentato poi gli si premette contro e chiuse gli occhi,
un’espressione di serenità sullo splendido volto.
L’indomani mattina Morgan si svegliò prestissimo, girò la testa verso Isabel e
sorrise. “Sei così bella... e giovane... Santo cielo, hai dodici anni meno di
me... eppure possiedi un’incredibile forza interiore... Sei davvero
speciale...” Tese una mano e con il dorso le sfiorò l’incavo della schiena.
Amava guardarla dormire in posizione prona, con la guancia sprofondata nel
cuscino, e non sapeva più quante volte l’avesse svegliata accarezzandola
proprio come stava facendo in quel momento. Con un sospiro ritirò il braccio
per lasciarla dormire ancora un poco e rimase a fissare il soffitto, immerso in
tetre riflessioni. Lui si era aspettato di assistere ad uno scambio di
bustarelle, non alla consegna di una partita di droga del valore di alcune
centinaia di migliaia di dollari, e così era finito in un vero e proprio nido
di vipere... Si augurò che non avessero trovato la sua auto, altrimenti avrebbe
dovuto sudare sette camicie per assicurarsi che non risalissero a lui o, peggio
ancora, ad Isabel. Provò a muovere la spalla e fece una smorfia nel sentire la
fitta di dolore che l’attraversò. Gli sarebbe piaciuto restare lì, con sua
moglie, ma sapeva di non averne il tempo. Doveva avvertire Michael di quello
che aveva scoperto e poi seguire le tracce dei suoi assalitori prima che fosse
troppo tardi, o tutto il lavoro fatto fino a quel momento sarebbe diventato
inutile. Sospirò al pensiero della discussione che avrebbe dovuto sostenere con
Isabel ma quel caso era troppo scottante per poterlo accantonare anche per un
solo giorno. “Forse dovrei parlarne pure con David. Se i trafficanti si sono
ritirati in Messico solo l’FBI può chiedere l’aiuto dei Vigilantes...” Attese
con impazienza che la sveglia arrivasse a segnare le sei poi si alzò cercando
di non disturbare la ragazza e andò in cucina per preparare il caffè. Ne aveva
decisamente bisogno, dato il violento mal di testa che lo stava torturando già
da una buona mezz’ora, e dopo avrebbe telefonato a Michael.
Quando Isabel si affacciò sulla soglia Morgan stava ancora parlando con
Michael. Davanti a lui c’era il bollitore del caffè quasi vuoto e una tazza.
Con un’espressione seccata sul viso gli andò accanto e si versò quel che
restava del liquido profumato in un’altra tazza aggiungendovi due cucchiaini di
zucchero. Buongiorno. Vedo che il braccio sta meglio - mormorò a denti stretti.
Non le era piaciuto per niente svegliarsi e non trovarlo più accanto a sé. Si
era sentita abbandonata, anche se sapeva che era sciocco.
Il marito la guardò di sottecchi mentre dava le ultime indicazioni al suo
interlocutore, poi premette il pulsante che interrompeva la comunicazione e
depose il cellulare sul tavolo. - Buongiorno. - Fece per alzarsi, mentre con la
destra si massaggiava piano la spalla ferita. - Preparo dell’altro caffè,
d’accordo? - si offrì, un sorriso colpevole sul bel volto maschio.
Lei scosse decisa la testa. - Mi basta questo, grazie. Quello che desidero,
invece, è sapere che intenzioni hai. -
Morgan sospirò. Aveva sperato di non dover cominciare la giornata in quel modo,
ma conoscendo la sua determinazione avrebbe dovuto immaginarlo... - I
contrabbandieri non si fermano solo perché ho disturbato la loro consegna,
purtroppo, quindi sono stato costretto ad informare Michael di quello che è
successo in modo che possa intervenire subito bloccando i loro fondi. Quella
gente non è l’unica a saper entrare nelle banche dati protette... -
- E tu credi che Michael si limiterà ad andare in ufficio a smanettare con il
computer? - Isabel sorrise sarcastica.
- E’ quello che gli ho chiesto di fare, oltre che avvertire David. - rispose
Morgan, sforzandosi di mantenere la calma.
Per tutta risposta la ragazza sollevò una spalla, poi andò davanti al
frigorifero e ne estrasse delle uova e il bacon.
- Isabel, mi dispiace, credimi! Anch’io avrei preferito passare qualche giorno
qui con te, ma non posso permettere che quei delinquenti spariscano nel nulla
con la loro merce! Io... ti sarei davvero grato se mi riaccompagnassi dove ho
lasciato la mia macchina... -
- Me lo avevi promesso - osservò lei senza voltarsi, mentre rompeva le uova
nella padella.
- Ieri sera ero un po’ fuori fase... In ospedale mi avevano imbottito di
antidolorifici e antibiotici, e avevo la mente... annebbiata... -
- Se avessi lasciato che ti portassi da mio fratello non avresti avuto bisogno
di quella roba. - Isabel rimestò vigorosamente le uova poi tagliò la pancetta.
- Comunque ormai è andata così... -
Quando fu tutto pronto mise i piatti a tavola e sul suo versò mezza bottiglia
di salsa piccante, dopodiché spalmò del miele sulle fette di pane tostato e
cominciò a mangiare.
Morgan la fissò a lungo in silenzio. Sentiva il suo dolore e odiava sapere di
esserne la causa.
- Ti si fredda -
- Isabel, io... Il fatto è che sono stato un agente operativo dell’FBI per
molto tempo e certe abitudini non possono essere cancellate così, da un giorno
all’altro... Quando... quando sto lavorando ad un caso complesso come questo
non posso semplicemente staccare... Io... continuo a pensarci, ad elaborare le
informazioni, a cercare prove... finché non riesco a venirne a capo. Lo so che
adesso sono un semplice investigatore privato, ma proprio non posso fare
diversamente... -
La ragazza si passò con aria stanca una mano fra i capelli. - Sì, ti capisco.
E’ successo anche a noi, quando Max ha rivelato il nostro segreto a Liz. Da
quel momento non siamo più riusciti a pensare ad altro che ai cacciatori di
alieni, umani e non... E’ stato come un incubo senza fine... finché la nostra
memoria si è risvegliata. Se non altro, a quel punto sapevamo esattamente chi
eravamo e cosa, più o meno, potevamo fare, anche se da allora è diventato tutto
molto più complicato. - Sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. -
D’accordo, ognuno di noi ha i propri nemici da combattere, e non è giusto
pretendere da te qualcosa che io per prima non sono in grado di dare... Vorrà
dire che staremo insieme un’altra volta... -
- Grazie, principessa. So quanto sia difficile rimanere indietro ad aspettare,
sperando che l’altro torni sano e salvo... - Fece un piccolo sorriso amaro. -
Non mi era mai capitato, finché non ho conosciuto te... -
- Mi dispiace - Isabel stese il braccio sul tavolo e lui intrecciò con
tenerezza le proprie dita alle sue. - Farò tutto il possibile per rendere breve
questa attesa... - disse piano.
- Ok. -
- Ok - Il sorriso di Morgan divenne più aperto, luminoso. - Puoi fidarti di me
-
- Lo so... -
Per un po’ tacquero entrambi, mentre terminavano la colazione, poi l’uomo si
pulì la bocca con il tovagliolo e lo ripiegò con cura. - Di che cosa dovevi
parlare con tuo fratello? - le chiese incuriosito.
Invece di rispondere la ragazza radunò le stoviglie e si alzò per metterle nel
lavandino, e Morgan serrò le labbra vagamente irritato. - E’ qualcosa di
personale? - domandò.
Comprendendo di averlo ferito Isabel tornò a sedersi. - Sì, riguarda me, ma...
Scusa, il fatto è che Max è stato il mio punto di riferimento fin da quando
siamo usciti dalle capsule, e... - Si mordicchiò imbarazzata le labbra. - Però
adesso ci sei tu, ed è giusto che ne parli con te. - Prese un respiro profondo
e lo guardò negli occhi. - Ivy Deynier, una mia collega, mi ha proposto di
lavorare per l’aviazione militare. Pare che alla base di White Sands abbiano
bisogno di ricercatori, anche civili, e lei ha pensato di fare il mio nome, se
sono interessata. Morgan... io... io non so che fare... Voglio dire... -
Intrecciò nervosamente le mani davanti a sé. - Forse dovrei accettare, per
scoprire che tipo di ricerche stanno facendo, ma allo stesso tempo ho paura che
l’FBI si insospettisca e... Questa volta non avrebbero alcuna pietà per noi -
Abbassò lo sguardo ma Morgan fece in tempo a cogliere la luce desolata dei suoi
occhi scuri. - Però temo che... che anche rifiutare l’offerta possa essere
pericoloso... Io... non avevo alcuna idea che Ivy lavorasse nelle forze
armate... -
- Come avresti potuto immaginarlo? - cercò di consolarla lui.
Isabel corrugò preoccupata la fronte. - Già, e adesso siamo tutti in pericolo,
di nuovo. Io... non so se abbia fatto delle indagini su di me, prima di
parlarmi, ma se fosse così... - Rialzò il viso e fissò con espressione ansiosa
il marito. - Se l’aviazione dovesse scoprire la verità sono sicura che
cercherebbe di prenderci, e solo dopo, forse, parlerebbe col presidente. Ma
allora sarebbe troppo tardi... Potremmo essere già... morti... -
Morgan le afferrò la mano e la strinse forte. - Questa volta non gli permetterò
di farvi del male! E’ vero, i civili che lavorano per le forze armate vengono
controllati con molta attenzione, anche dall’FBI, e sarebbe decisamente meglio
che tu lasciassi perdere... Forse questa tua collega ha effettuato delle
indagini preliminari, ma finché non accetterai di collaborare non avrà nessun
motivo ufficiale per farne di più approfondite. Io non credo che a White Sands
abbiano il minimo sospetto sulla vostra presenza nel New Mexico, altrimenti
avreste già avuto loro notizie... -
- Perché non mi sento affatto più tranquilla? - mormorò Isabel.
L’uomo le accarezzò il dorso della mano col pollice. - Vorrei poterti
assicurare tutta la felicità che meriti, tutta la serenità cui ognuno di noi
dovrebbe aver diritto, ma... non voglio farti delle promesse che non sono in
grado di mantenere... -
Lei gli sorrise dolcemente. - Eravamo solo dei bambini quando abbiamo capito di
essere diversi. Abbiamo dovuto imparare a difenderci, senza sapere chi fossero
i nostri nemici, e mai avremmo osato sperare di potere, un giorno, dividere la
nostra vita con qualcuno. Il fatto che tu, quel giorno, sia tornato da me...
beh, da allora mi hai dato tanta gioia... Io... ero convinta che non avrei mai
trovato qualcuno da amare... qualcuno che... avrebbe potuto amarmi sapendo
chi... cosa sono... -
- Non posso credere che nessun ragazzo ti abbia fatto la corte. Sei... sei così
affascinante... -
Un leggero rossore coprì le guance di Isabel. - Veramente... c’è stato
qualcuno... Solo che... io... non provavo per lui quello che... quello che
desideravo davvero... -
- E... con me lo hai trovato? - La voce di Morgan si fece bassa, tenera.
Isabel annuì piano, senza staccare gli occhi dai suoi, poi si alzò e andò a
sedersi sulle sue gambe. - Sì. - Gli pose una mano sulla mascella poi,
lentamente, si chinò in avanti per baciarlo.
Fu un bacio interminabile, che lasciò entrambi senza fiato, dopodiché lei
poggiò la fronte contro l’incavo del collo di Morgan. - Abbiamo ancora un po’
di tempo per noi... - sussurrò.
- Tempo... Sì... - Il giovane riprese a baciarla fin quando Isabel si staccò a
malincuore dalle sue labbra. Michael non sarà qui prima di due ore. Che ne dici
di tornare di là? - domandò con tono invitante.
- Farai attenzione alle mie costole? - bisbigliò lui.
- Certo, amore. Non ti accorgerai di avere un solo livido!... - gli promise
prima di rimettersi in piedi e tendergli una mano.
Mentre lo aiutava a stendersi sul letto la guardò perplesso. - Sei sicura che
Michael stia venendo qui? -
- Credimi, lo conosco molto bene! - Gli si inginocchiò accanto e gli sfilò il
foulard che sosteneva il braccio. - Questo non ti serve, ora... -
- Ciao, Isabel -
- Ciao - La ragazza accennò un sorriso facendo cenno al giovane di entrare e,
dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, gli gettò le braccia al collo. - Oh,
Michael, sono così contenta di vederti! - Sospirò nel sentirsi stringere con
forza. - Tu e Max mi mancate terribilmente... - disse piano.
- Ehi, ci separano duecento miglia, non un’intera galassia! - la prese in giro
lui, nel tentativo di nascondere la propria commozione. Mai avrebbe ammesso di
soffrire a sua volta per la lontananza da coloro che considerava a tutti gli
effetti suoi fratelli, ma la verità era che teneva mentalmente il conto dei
giorni che mancavano al loro definitivo ritorno a Roswell.
Quando infine lo lasciò andare gli fece cenno di seguirlo in cucina. - C’è
della torta avanzata da ieri. Panna, crema, e tutto il Tabasco che vuoi. Che ne
dici? -
- Prendo i piatti - fu la risposta decisa.
Poco dopo Michael era seduto a tavola, con un’enorme porzione di dolce davanti.
- Dov’è Morgan? - chiese fra un boccone e l’altro.
- In camera da letto. Sta controllando la pistola - Sbuffò seccata. - Non ha
voluto che lo portassi da Max, così adesso ha un braccio al collo e una
fantastica collezione di lividi. E’ incredibile, non mi ha permesso di
aiutarlo! Ti rendi conto? Teme che possa farmi male! Ah, uomini! -
- Io credo che abbia ragione, invece. Tu non sei pratica di armi terrestri e
potresti far esplodere un colpo incidentalmente, e Max non è proprio dietro
l’angolo... -
- Ti ci metti anche tu, adesso? -
Michael si strinse nelle spalle. - Era solo un’osservazione. Comunque, è una
cosa che riguarda voi. -
In quel momento arrivò Morgan, che lo salutò con aria severa. - Non c’era
bisogno che venissi fin quaggiù. La mia macchina ha il cambio automatico, sai?
-
- Sì, lo so. Ma al telefono mi hai parlato di una trappola e ho pensato che
fosse meglio essere in due. Allora, si va? -
- Michael, ti prego... -
Al tono implorante di Isabel il giovane, che si era alzato per seguire Morgan,
si volse verso di lei aprendo significativamente la mano e poi richiudendola a
pugno. - Faremo attenzione, stai tranquilla. -
Un po’ rasserenata la ragazza li accompagnò fino alla porta di casa. Sapeva che
Michael aveva lavorato sodo per migliorare la padronanza dei propri poteri e,
una volta superata la convinzione di non esserne in grado, aveva raggiunto
ottimi risultati. Lei, invece, non aveva avuto molte occasioni per allenarsi, e
questo era il motivo per cui si era rassegnata a lasciare che fosse Michael a
partire con Morgan. Il segno che lui le aveva fatto con la mano, inoltre, le
aveva indicato chiaramente che non avrebbe esitato a ricorrere alle sue
particolari capacità in caso di bisogno, e questo era sufficiente a farla
sentire meglio.
Rimessa in ordine la cucina, andò a cambiarsi. Era decisamente in ritardo ma
non le importava nulla. Qualsiasi cosa, pur di rinviare l’incontro con Ivy...
Fu fortunata, quel giorno la collega era assente, ma mentre le ore scorrevano
il pensiero continuava ad andarle alla sua offerta di lavoro finché, dopo aver
inutilmente cercato di valutare quale potesse essere la decisione migliore,
decise di telefonare al fratello. “Devo parlarne con lui. Io... devo farlo,
perché questa cosa ci coinvolge tutti. Mi spiace, Morgan, non è per mancanza di
fiducia nei tuoi confronti, ma è giusto che Max lo sappia.”
Al termine del turno di lavoro salì in macchina e si diresse, come concordato,
verso Anthony, una cittadina a metà strada fra Las Cruces ed El Paso.
Poco più tardi sedeva ad uno dei tavoli da pic-nic sparsi nel piccolo parco
davanti al municipio, mentre Jason e Shiri giocavano col frisbee sotto l’occhio
vigile di Lou.
- Come procede la gravidanza? - domandò a Liz, accomodatasi di fronte a lei, al
fianco di Max.
Un breve sorriso illuminò il suo volto. - Ogni tanto mi sento un po’ stanca ma
non ci sono problemi, grazie. Stai molto bene con quel taglio di capelli, sai?
-
- Sei... sei davvero gentile... -
Percependo la sua tensione Max la fissò attento. - Cosa c’è? -
- Io... ne ho già parlato con Morgan ma non è servito a niente... - rispose lei
guardandolo incerta. Il fatto è che ritengo si tratti di qualcosa che ci
riguarda tutti, e quindi ho bisogno di conoscere il tuo parere. -
- Ok. Allora... dimmi... - la invitò Max cercando di mantenere un tono pacato.
- Ecco... A quanto pare il gruppo con cui sto lavorando è impegnato in un
progetto per conto dell’aeronautica militare. Ivy, una mia collega, è in realtà
un soldato e mi ha chiesto se voglio continuare a lavorare per le forze armate,
dopo la laurea. Sembra che alla base di White Sands stiano facendo una serie di
ricerche, affidate anche a laboratori privati, e secondo lei io... potrei
diventare una dipendente civile. - La ragazza si strofinò piano la fronte, come
se avesse mal di testa. - E’ orribile. Tutto questo è... orribile... - ripeté
sconfortata.
Liz, man mano che Isabel parlava, aveva sgranato gli occhi e intrecciato
strettamente le mani davanti a sé, mentre Max si era irrigidito. - Sì, hai
ragione, questa storia riguarda tutti quanti noi... - disse con voce piatta.
- Max, mi dispiace così tanto... Se solo lo avessi saputo prima non avrei mai
accettato quello stage... -
- Non credo che i militari diffondano notizie del genere - tentò di consolarla
Liz. - Nessuno poteva sapere che dietro quel progetto c’erano loro... -
- Se è per questo, penso che non lo sappiano neppure gli altri. Io... io vorrei
tanto sapere perché Ivy abbia pensato proprio a me! - mormorò Isabel, sempre
più depressa.
Il fratello le prese con affetto una mano. - Evidentemente sei molto brava, e
avrà pensato che saresti stata un ottimo acquisto... -
- Ma come faccio a dirle di no senza suscitare i suoi sospetti? Insomma, dubito
che offrano posti di lavoro così, tanto per fare, e si domanderanno perché io
abbia rifiutato. Di sicuro Ivy insisterà per saperlo - La ragazza alzò gli
occhi al cielo. - Accidenti, non poteva aspettare una settimana, così sarebbe
stato troppo tardi per chiedermelo? -
- Forse l’ha fatto per questo, perché sapeva che mercoledì prossimo tornerai al
college... - osservò Liz.
- Quindi tu pensi che l’abbia osservata per tutto questo tempo, per capire se
fosse il caso di... arruolarla o meno, e poi abbia fatto la sua mossa? - le
chiese Max voltandosi a guardarla.
Liz fece un lento cenno affermativo col capo. - Sì, è possibile. Come hai detto
prima, Isabel, nemmeno io credo che offrano un lavoro a chiunque. Resta solo da
capire se... se la tua collega ti abbia scelto per le tue capacità oppure
perché sospetta qualcosa. -
- Beh, ci manca solamente che anche quelli di White Sands sappiano di noi! -
- Ivy proviene da lì? - domandò Max.
- Io... non lo so. Voglio dire, ha nominato la base per quello che riguarda le
ricerche, ma non ha specificato se ci lavori anche lei. Ho sentito dire che è
al centro da quasi otto mesi -
- Secondo me non sanno niente. Dubito che il generale Howard, o il presidente,
abbiano diffuso la notizia della nostra presenza, però forse sarebbe meglio
verificare... -
- E come? -
Lui la guardò negli occhi. - Entrerò nella sua mente. Spero di avere fortuna e
scoprire subito se ha qualche sospetto su di te. Pensa a lei: ho bisogno di
visualizzarla - La prese dolcemente per un polso stabilendo subito la
connessione poi il suo volto si fece teso, concentrato.
Trascorsero diversi minuti, durante i quali nessuno osò fiatare. Solo le risate
di Jason e Shiri riempivano l’aria, ma era un suono gradevole, rilassante, che
ebbe l’effetto di un balsamo per i nervi di Isabel.
Infine Max emise un profondo sospiro e si passò una mano tra i capelli. - Ha
cercato di telefonarti. Mi è sembrata annoiata, più che preoccupata, per il
fatto di non averti trovato. Comunque ritengo che non abbia alcuna idea di chi
tu sia veramente. Almeno per ora. -
- Dio, ti ringrazio!... - Isabel si appoggiò coi gomiti sul tavolo e nascose il
viso tra le mani.
- Ehi, non preoccuparti, ok? La tua collega non sa niente, e questa era la cosa
più importante da verificare. Adesso... adesso devi solo trovare il modo di
dirle di no -
A quelle parole la giovane abbassò le braccia e lo guardò ironica. - E come
pensi che possa farlo? Ti ringrazio per l’offerta, ma non voglio lavorare per
l’aeronautica? Ma ti rendi conto? Rifiutare una proposta del genere, ancora
prima di essere laureata? Si insospettirà per forza! -
Il fratello assunse una strana espressione. - Ti spiace spiegarmi perché non ti
senti in grado di farlo? Continui ad essere convinta di... di non farcela... -
Le prese entrambe le mani fra le sue, un lampo d’improvvisa comprensione negli
occhi nocciola. - Non dirmi che è per quello che è successo su Antar!?! -
esclamò.
La ragazza distolse lo sguardo e rimase in silenzio.
- Di cosa stai parlando? - Liz fissò entrambi incuriosita, finché Isabel si
appoggiò allo schienale della panca, le braccia incrociate, chiaramente a
disagio. - Max andò da solo su Antar, dopo l’incidente durante la partita di
basket, perché io non volli accompagnarlo né... né fui capace di convincerlo a
restare... -
- Isabel, nessuno avrebbe potuto impedirmi di partire! Ero... Zan...
totalmente... E tu facesti benissimo a non venire! Non avevo alcun diritto di
costringerti a lasciare tutto solo perché io mi sentivo fuori posto! - la
sgridò Max.
- Ma le conseguenze, per te, sono state terribili! - disse la ragazza, con voce
soffocata dal dolore.
- Fu una mia scelta, Isabel. E tu non devi sentirti in colpa per questo... -
Liz si sentì mancare. Quindi se Isabel avesse trovato le parole giuste Max non
sarebbe partito... non avrebbe sposato Tess e... forse sarebbe stato accanto a
lei durante la nascita di Jason... Ma no, si corresse subito. Max non aveva
torto, Isabel non sarebbe mai riuscita a trattenerlo, qualsiasi cosa avesse
detto... Si piegò un poco in avanti verso la ragazza e le sorrise con affetto.
- E’ vero, far cambiare idea a Max è un’impresa quasi disperata! Ma c’è molta
forza, in te, credimi... -
Gli occhi di Isabel si riempirono di lacrime. Perché tutti sembravano così
convinti, mentre lei non riusciva a pensare a se stessa come ad una persona
forte? Chi aveva ragione? - Io... Non so... Forse sono solo spaventata, perché
Ivy è un militare e chiunque indossi un’uniforme rappresenta un pericolo per
noi... - mormorò dopo un lungo silenzio.
- Sì, in effetti questa storia è un bel problema, ma sono certo che riuscirai a
trovare il modo giusto per risolverlo. Magari potresti provare a dirle la
verità, e cioè che non te la senti di lavorare per le forze armate. Potrebbe
anche non sorprendersi più di tanto... Chissà quante altre persone avranno
rifiutato! - osservò Max.
- Giusto! - Liz la fissò con occhi brillanti di eccitazione.
- Io... non sono sicura che sarà così semplice... -
- Non puoi saperlo. E comunque, non c’è molto che tu possa fare. Lei aspetta
una tua risposta. Cerca solo di non avere quest’aria angosciata, altrimenti
penserà davvero che ci sia sotto qualcosa... -
Isabel si morse nervosamente le labbra poi, con un sospiro, si raddrizzò e
guardò Jason e Shiri giocare. Morgan e Michael sono andati verso il confine,
all’inseguimento di una banda di trafficanti di droga, e non so quando
torneranno... - disse piano, con tono quasi assente, poi tornò a fissare il
fratello. - Perché ci dev’essere sempre qualche cosa che non va? Se non sei tu,
si tratta di Michael. Oppure di me. Possibile che non siamo capaci di vivere
normalmente? -
Il giovane si strinse nelle spalle. - Sembra di no. Ma spiegami cosa stanno
facendo Morgan e Michael... -
A quelle parole la ragazza serrò i pugni in un gesto pieno di frustrazione. -
Stavano indagando su un caso di pirateria informatica e si sono imbattuti nei
trafficanti. O meglio, Morgan è finito in mezzo a loro e se l’è cavata con una
bella collezione di ferite. E Michael ha pensato bene di venire a dargli man
forte. Spero soltanto che, per una volta, dimostri abbastanza buon senso da non
cacciarsi in guai più grossi di lui! -
Max fece un sorriso che era quasi una smorfia. - Ne dubito... -
- Già, purtroppo - Isabel si prese la testa fra le mani e chiuse gli occhi,
esasperata. - Forse sarei dovuta andare con loro. Anche se Morgan avrebbe avuto
certamente da ridire... Santo cielo, odio dover aspettare!
Liz posò una mano sulla gamba di Max e lo guardò di sfuggita. - Sì, è molto
duro - confermò a bassa voce, - ma in certi casi non si può fare altro. Devi
solo... convincerti che ce la faranno, e che torneranno sani e salvi. -
- E’ questo tipo di forza che mi manca! - esclamò Isabel battendo un pugno sul
tavolo, le guance leggermente arrossate per l’ira. - La forza di stare in
disparte, calma e tranquilla, in attesa per chissà quanto tempo! Io... non
posso! - Il legno, sotto le sue dita, cominciò a scurirsi, sempre di più,
finché si levò un lieve odore di bruciato.
- Isabel, contròllati! - Il fratello le afferrò di scatto la mano sollevandola
a mezz’aria e la fissò negli occhi. Una palpabile corrente di paura e
disperazione lo investì in pieno togliendogli il respiro. Prima che le loro
vite venissero definitivamente travolte dalla consapevolezza di ciò che erano,
Isabel aveva avuto molti amici. Poi, piano piano, il suo mondo si era ristretto
a pochissime persone, lui stesso, i loro genitori adottivi, Michael, Liz e
Maria, ed infine Morgan, Jason e Shiri. Un nucleo di stabilità in un caos
altrimenti incontenibile. Un nucleo vitale, che non poteva permettersi di
perdere. In quel momento di scoperta vulnerabilità provò un’infinita tenerezza
per lei, e con un piccolo sospiro unì la loro energia, per condividere la sua
angoscia e renderla, così, un fardello più lieve. - La tua forza è anche
l’amore che provi per Morgan - mormorò poi.
Isabel rimase immobile, senza quasi respirare. Sì, era vero. Lei sapeva quanto
l’amore che nutriva per Liz avesse aiutato suo fratello a sopravvivere nei
momenti più disperati, ma aveva sempre pensato che fosse perché il loro era un
amore assoluto. Il sentimento che la univa a Morgan era diverso perché loro due
erano diversi, ma non per questo era meno profondo e sincero. Forse il suo
problema era proprio questo, l’inconsapevole mancanza di fiducia in
quell’amore. A poco a poco il viso le si distese, illuminato da un timido
sorriso. - Grazie - bisbigliò.
- Isabel! Che piacevole sorpresa! Vieni, entra pure! - Ivy si fece da parte e
invitò la ragazza a seguirla in cucina. - Stavo per preparare la cena. Ti va di
restare? -
Isabel fece per scuotere la testa ma ci ripensò. - Sì, certo -
- Allora? Hai riflettuto sulla mia proposta? -
- In effetti... è per questo che sono passata, dato che oggi non sei venuta al
laboratorio... Io... ecco, ti ringrazio molto ma... no, preferisco di no.
Voglio prima terminare gli studi e poi decidere con calma cosa mi piacerebbe
davvero fare. Sai, non ho ancora le idee molto chiare... -
- Mi sembrava che il lavoro di ricerca ti piacesse. - disse la donna passandole
il necessario per apparecchiare la tavola.
- Sì, infatti. E’ l’idea di lavorare per l’aeronautica, che mi lascia
perplessa... - confessò sorridendo.
- Ah... Non ami le uniformi? - Ivy si fermò per studiarla con occhio critico. -
Come mai? -
La ragazza fece una spallucciata, un po’ a disagio, e non rispose.
- Comunque... non saresti costretta a lavorare in una base militare, come ti ho
già detto... Sicura di non volerci ripensare? Non è che un’offerta del genere
capiti tutti i giorni, lo sai? -
- Sì, e... ti ringrazio davvero per aver pensato a me, però... no, grazie. -
- Sempre decisa a rintanarti a Roswell? -
Isabel annuì lentamente. - Già. Beh, sai, per via dell’università sono ormai
quattro anni che manco da casa, e non vedo l’ora di tornarci. -
- Capisco... Io sono figlia unica, e i miei genitori sono morti in un incidente
di macchina molto tempo fa. Per questo non c’è un posto cui mi senta
particolarmente legata e non ho alcun problema a spostarmi ovunque i miei
superiori decidano di mandarmi, ma posso capire che non sia per tutti così...
Però è un vero peccato: una persona come te ci avrebbe fatto davvero molto
comodo! - Si avvicinò al frigo e ne estrasse due bistecche e una scatola
trasparente. - Ti occupi tu dell’insalata? - le chiese porgendole la scatola.
- Certo. -
Erano quasi le dieci quando, infine, Isabel rientrò nel suo piccolo
appartamento. La serata era stata piacevole, tutto sommato, ma era contenta che
fosse terminata. Adesso doveva resistere solo una settimana, e poi sarebbe
stata al sicuro ad Albuquerque. Nel frattempo, però... Andò a lavarsi i denti
poi si distese sul letto e chiuse gli occhi concentrandosi su Morgan. Aveva
bisogno di sapere se sia lui che Michael stessero bene, che non fossero in
pericolo, e quello era il sistema più rapido.
Non appena il contatto fu stabilito poté sentire la sorpresa di Morgan, ben
presto seguita da una sensazione di calore. L’uomo aveva avvertito la sua
preoccupazione e cercò di tranquillizzarla. Avevano seguito le tracce dei suoi
assalitori fino ad tratto particolarmente desolato della linea di confine col
Messico e stavano per attaccarli. O meglio, Michael era andato in avanscoperta
mentre lui aveva l’incarico di guardargli le spalle. A dire la verità, quella
era una soluzione che a Morgan non aveva fatto molto piacere, per quanto fosse
l’unica sensata. Purtroppo Michael aveva ragione: con i suoi poteri avrebbe
potuto facilmente catturare l’intera banda, mentre lui sarebbe stato solo
d’impaccio.
Isabel lo pregò di chiamarla se avesse avuto bisogno di aiuto, poi, non volendo
essere causa di distrazione in un momento così delicato, uscì dalla sua mente.
Incapace di prendere sonno si girò sul fianco e rimase a guardare il buio oltre
la finestra.
Era quasi l’alba quando il telefono squillò. Con un soprassalto si precipitò a
prendere il cellulare e sorrise sollevata nel sentire la voce profonda di
Morgan. - State bene? - gli chiese stringendo forte l’apparecchio.
“- Sì, Michael ha appena finito di legare l’ultimo contrabbandiere, e tra poco
arriverà la squadra di recupero mandata da David. Ora, però, dobbiamo
squagliarcela altrimenti i federali cominceranno a fare domande imbarazzanti...
Passo a salutarti prima di tornare a Roswell. -”
- E la tua auto? -
“- L’ho recuperata mentre venivamo qui. Non potevo lasciarla ancora là o
avrebbe attirato l’attenzione, ma non ho avuto problemi a guidare -”
- Già, lo immagino. Santo cielo, Morgan, sei un vero testardo! - lo rimproverò.
“- Isabel, non è la prima volta che vengo ferito. E di solito non ho avuto la
possibilità di farmi curare in ospedale, quindi stai tranquilla, ok? -”
- Ok. Allora... ti aspetto. -
“- Sì. A tra poco -”
La ragazza interruppe la comunicazione e si lasciò ricadere sul letto. Con un
sospiro riprese il telefono in mano per avvertire Max.
Circa un’ora e mezza più tardi Morgan si presentò alla porta di casa e lei lo
abbracciò stringendolo con forza, come se temesse di vederlo scomparire.
L’uomo si era tolto la fascia che sosteneva il braccio ferito ma, per non
sforzarlo, teneva la mano sinistra nella tasca anteriore dei pantaloni. La
destra, però, era libera e non ebbe alcuna esitazione ad insinuarla sotto la
sua maglietta.
Isabel sospirò di piacere e lasciò che lui la sospingesse all’indietro fino al
piccolo sofà dell’ingresso-soggiorno-salotto.
Fecero l’amore a lungo, con passione, finché la ragazza si abbandonò sul suo
corpo madido di sudore. Ho parlato con la mia collega, Ivy. Non ci sono stati
problemi -
- Bene... Allora... allora è tutto a posto? -
- Sì - Ad un tratto emise un gemito inarcandosi di scatto nel sentire le dita
di Morgan scivolare sotto di lei. - Ancora? - bisbigliò con un tono fra lo
stupore e il desiderio.
- Ancora, principessa... - le rispose lui ricominciando ad amarla.
Michael fissò con aria di scusa Maria.
- Era troppo fare una telefonata per avvertirmi che eri sano e salvo? - La
ragazza gli volse le spalle e tornò in cucina per servirsi un’altra tazza di
caffè. - Non cambierai mai... - borbottò fra sé e sé.
- Io... Morgan ha chiamato Isabel, e ho pensato che poi lei avrebbe chiamato te
-
- Tanto per la cronaca, lo ha fatto. Ma sarebbe stato meglio se lo avessi fatto
tu! Perché? Perché non riesci a capire? - Maria depose con forza la tazza sul
tavolo facendo schizzare il liquido bollente. - Io non dico di essere così
pieno di attenzioni come Max, o... responsabile come Morgan, ma vorrei che
avessi un po’ di considerazione per me! Tu, invece... consideri tutto
superfluo, pure le cose più importanti! -
Il giovane s’irrigidì. - Io non ti considero superflua - rispose ferito.
- A volte, però, mi fai sentire in questo modo... -
- Perché? -
- Non... non lo so... E’ un insieme di cose... Tu... tu parli sempre poco, e...
ci sono dei giorni in cui penso che... non te ne accorgeresti nemmeno, se io me
ne andassi via... -
A quel punto Michael sentì un velo di paura avvolgerlo come un sudario. - Tu...
pensi di andartene? - mormorò sconvolto.
- No! - Maria lo guardò esasperata. - Io non voglio andarmene, io voglio vivere
con te! Con te, capisci? Invece a volte mi sembra che tu neppure mi veda! -
- Non è vero, Maria, te lo giuro! - Le prese una mano e sentì che tremava.
Allora se la portò alla guancia e reclinò un poco la testa.
- Allora parlami... fammi sentire che sono parte di te... -
- Io... - Michael socchiuse gli occhi, sconfortato. - Non so come fare... Ma tu
sei parte di me, te lo assicuro! Io... potrei vivere anche se tu non ci fossi,
solo che... non sarebbe vera vita... -
- Ed è così difficile dirlo? - gli chiese con tono sommesso.
- Sì - confessò lui, dopo un po’.
- Sciocco! - Maria gli si avvicinò fino a passargli il braccio libero intorno
al collo. - Il mio uomo dello spazio... il grande generale... che ha paura di
aprire il suo cuore... Guarda che non è segno di debolezza farlo, sai? -
- Io non ho paura di aprire... - protestò lui, ma la ragazza si affrettò ad
interromperlo. - Ah no? Quante volte mi hai detto di amarmi, da quando ci siamo
sposati? -
Michael corrugò la fronte, sconcertato. - Cosa c’entra? Lo sai che ti amo!... -
- E tu lo sai che le parole sono importanti come i fatti! -
- Non è vero! - Poi, davanti al suo sguardo accusatore, si corresse. - Beh...
qualche volta... -
- Allora... cercherai di fare un piccolo sforzo? -
- Io... va bene... - cedette con una smorfia, prima di stringerla contro di sé
e baciarle la tempia. - Ti amo, Maria... - bisbigliò quasi impercettibilmente.
Lei sorrise soddisfatta e sollevò il viso per incontrare le sue labbra calde.
- Mamma, posso entrare? -
- Sì, Shiri, vieni pure... - Liz mise via il diario e raccolse le gambe sotto
di sé, poi sorrise alla figlia mentre entrava e andava a sedersi accanto a lei.
- Cosa c’è? - le chiese dolcemente sfiorandole i soffici capelli scuri che le
ricadevano sulla guancia.
- Jason ed io non abbiamo voluto interferire, oggi pomeriggio, però... abbiamo
sentito quello che provava la zia Isabel... Io... mi domandavo se abbiamo fatto
bene... -
Liz fece un cenno affermativo col capo. - Sì, tesoro. Vedi... certe volte, per
quanto si sia tentati di intervenire, bisogna avere pazienza ed aspettare che
le persone trovino da sole le risposte. -
- Come ha fatto Lhara? -
- Già. -
- E... - La ragazza cercò il suo sguardo. - Bren? -
- Shiri... - Liz emise un profondo sospiro. - Io capisco i tuoi sentimenti...
Quando Max mi ha salvato la vita ha stabilito un contatto, con me, che ci ha
uniti più di quanto avrei mai potuto immaginare. Tu hai fatto la stessa cosa
con Bren... Ti manca, vero? -
Shiri annuì. - Sì, molto. Ma ora ha altro da fare... Rènida ha bisogno di lui,
e di Lhara. -
- Devi avere pazienza, tesoro. Bren somiglia così tanto a tuo padre, lo stesso
senso del dovere, la stessa testardaggine... Sei una ragazza speciale, e Bren
lo sa. Sono certa che tornerà da te non appena gli sarà possibile... E
allora... te ne andrai... -
- No, mamma, io non... -
Liz le prese con affetto le mani e le strinse piano. - Non preoccuparti, amore,
hai ancora molto tempo davanti... Stai crescendo in fretta, e vedrai che quando
arriverà il momento sarai pronta per fare la tua scelta. -
- Come fai a sapere che sceglierò lui? - le chiese Shiri.
- Io so che seguirai il tuo cuore, senza alcuna paura. -
- Come hai fatto tu con papà? - domandò ancora la ragazza.
- Sì. E non te ne pentirai, credimi... - Lottando per trattenere le lacrime Liz
se la strinse forte al petto. “Ma ci mancherai, tesoro, ci mancherai
tantissimo...”
Era di nuovo sola quando Max tornò dal turno di lavoro.
Il giovane si tolse in fretta i pantaloni e la camicia e si sdraiò al suo
fianco abbracciandola con tenerezza. E’ tardi, non dovresti essere ancora
sveglia... - le mormorò prima di baciarla sul collo.
- Io... volevo stare un po’ con te. - Liz gli posò una mano sul cuore. - Forse
sono una sciocca ma... Stasera Shiri è venuta a parlarmi di quello che è
successo al parco... Lei e Jason erano consapevoli di quello che Isabel stava
provando, però hanno deciso di non fare nulla. E... desiderava essere
rassicurata... -
- Tu cosa le hai detto? - domandò Max sfiorandole dolcemente la schiena.
- Che a volte le risposte dobbiamo trovarle da soli. -
- Una risposta molto saggia... -
- Max, Shiri... Shiri un giorno seguirà Bren su Rènida e noi la perderemo! -
esclamò lei, vicina alle lacrime.
- E’ nell’ordine naturale delle cose, amore mio. Anche se non è piacevole... -
- No, infatti - Liz chiuse gli occhi, sopraffatta dalla tristezza. - Mi
mancherà da morire... -
- Ehi, non succederà domani! - cercò di scherzare Max.
- Sarà sempre troppo presto -
- Sarà un’eternità, per loro... - Il giovane fece scivolare una mano lungo la
sua spina dorsale, suscitandole un brivido di piacere.
- Immagino... immagino di sì... - Emise un gemito sommesso e si mosse
sensualmente contro di lui. - Ma non possiamo ostacolarli. Non sarebbe
giusto... -
- No, infatti. - Cominciò a baciarla, sulle labbra, sulle palpebre, sulla
mascella. - Sei una persona splendida, Liz! Sei la mia regina... - Le sue
parole si persero nel profondo bacio che li unì mentre i loro corpi si
incontravano con la stessa passione di sempre.
- Deynier. Vai avanti -
“- Quindi ha accettato? -”
- No, ma tu prosegui le verifiche lo stesso - Ivy Deynier riattaccò il
ricevitore e sollevò i piedi sul tavolino incrociando le caviglie. “C’è
qualcosa che non mi quadra, Isabel Evans...”
Scritta da Elisa |