Riassunto: Un
incidente, e la vita di Liz e Max cambia drammaticamente. Tempo, forza,
pazienza: sono le uniche armi che hanno per cercare di riscrivere il loro
destino.
Data di stesura:
dal 6 settembre al 7 ottobre 2001.
Valutazione:
adatto a tutti.
Diritti: Tutti i diritti dei personaggi appartengono alla WB e alla UPN,
e il racconto è di proprietà del sito Roswell.it.
La mia e-mail è
ellis@roswellit.zzn.com
Accoccolata sulla sabbia, incurante del vento che giocava allegro coi suoi
lunghi capelli castani, Liz fissava con espressione assorta l’oceano davanti a
lei. I gabbiani che si rincorrevano stridendo e sfiorando la cresta delle onde,
bianca di spuma, erano gli unici testimoni della sua presenza in quella calda
mattina di fine luglio.
“Caro diario, aiutami, ti prego! Sono
ancora Liz Parker? Sarò mai più Liz Parker? Perché la mia vita dev’essere così
difficile? Perché non posso essere come tutte le altre ragazze? Perché mi sono
innamorata di un alieno? Possibile che il destino debba riservarmi più brutte
sorprese che cose belle? Ci ho pensato un’infinità di volte ma forse, e solo
forse, se scrivo con ordine quello che è successo, comincerò a capire qualcosa…
Erano trascorse due settimane da quando Isabel aveva ritrovato Morgan. Morgan
aveva mantenuto la casa che aveva affittato ad Albuquerque per seguire
l’indagine affidatagli dai suoi capi, così ogni volta che era possibile veniva
a prendere Isabel al campus e passavano spesso la notte insieme. Qualche volta
andavano in esplorazione nei dintorni, e ogni tanto Max ed io ci univamo a
loro. E’ stato un periodo molto bello, l’autunno nel New Mexico è qualcosa di
assolutamente meraviglioso, specie se si ha accanto il ragazzo che si ama… Un
giorno in cui Isabel e Morgan avevano voglia di starsene tranquilli in casa,
quest’ultimo diede le chiavi della sua auto a Max perché fossimo liberi di
andare dove volevamo. Vagando senza meta arrivammo in un posto molto isolato e
protetto dal vento. Non ci fu bisogno di parole, come spesso ci capitava:
passammo tutto il tempo a fare l’amore, e fu stupendo. Max non era mai stato
così tenero, eppure violento, dolce e forte insieme. Forse perché era da tanto
che non lo facevamo, oppure perché a volte abbiamo delle premonizioni di cui
non ci rendiamo neppure conto… Il sole era ormai calato all’orizzonte e l’aria
era diventata gelida ma non riuscivamo a staccarci l’uno dall’altra… Poi
tornammo ad Albuquerque, e Morgan ci riaccompagnò tutti e tre al campus.
L’indomani era domenica e ci sarebbe stata una partita di basket cui avrebbe
partecipato anche Max. Morgan doveva rientrare a Washington così Isabel decise
di assistervi, e fu un bene per tutti…”
- Forza, Max, forza! - Tony incitò a gran voce l’amico mentre Isabel, seduta al
suo fianco, seguiva l’azione col fiato sospeso.
Sul lato opposto del campo Liz e Patricia gridavano con entusiasmo in coro
agitando i pon pon coi colori della squadra di cui faceva parte il ragazzo.
Il tabellone segna-punti indicò l’ormai prossima fine della partita e il
pubblico si agitò come sempre succedeva quando il risultato era vicino alla
parità.
Max stava ancora cercando di recuperare l’equilibrio dopo un’azione di disturbo
particolarmente difficile quando il castelletto del canestro, sollecitato dal
peso del giocatore che vi si era aggrappato per infilarvi il pallone, cedette
all’improvviso investendolo in pieno. Altri due ragazzi vennero travolti ma fu
Max a ricevere tutta la violenza dell’impatto. Dall’alto del suo posto Isabel
vide il sangue fuoriuscirgli copioso dalla nuca e senza esitare si slanciò
verso di lui scavalcando gli spettatori seduti nelle file più basse.
Liz, sconvolta dall’orrore, rimase a guardare per qualche secondo la gente che
gridava e si muoveva nel caos più totale prima di rendersi conto della presenza
di Isabel accanto ai feriti. “Oddio, Max!” pensò col cuore in gola, poi lanciò
da un lato i pon pon e corse da lei.
Mentre l’arbitro e gli allenatori sollevavano il castelletto per aiutare i due
ragazzi ancora storditi a liberarsi, Isabel e Liz girarono delicatamente Max
sulla schiena. - E’ svenuto… - mormorò preoccupata Isabel.
L’uomo che le stava accanto le lanciò un’occhiata severa. - Non toccatelo!
Hanno già chiamato un’ambulanza, lasciate che se ne occupi chi se ne intende! -
La ragazza non si volse neppure a guardarlo, tutta la sua attenzione era
concentrata su Max. - E’ mio fratello, e odia gli ospedali. Sarà meglio
portarlo in camera sua, invece… -
- Starà scherzando, spero! -
Isabel toccò con dita gentili la gola di Max. - Il battito sta rallentando
sempre di più. Maledizione, bisogna portarlo via di qui! -
Incurante delle proteste dell’uomo Liz alzò su di lui gli occhi imploranti. -
La prego, ci aiuti! -
Continuando a borbottare questi scosse il capo ma si decise a fare quanto
richiesto.
Mentre deponeva sul letto il corpo ancora inerte del giovane cercò di farle
ragionare un’ultima volta. - Siete sicure di quello che state facendo? - Poi,
davanti alla ferma decisione dei loro volti, se ne andò dopo aver spiegato che
avrebbe dovuto riferirlo al rettore. - Deve essere al corrente di tutto quello
che succede all’interno del campus… -
Rimaste sole le due ragazze si diedero da fare intorno al giovane. Liz prese un
asciugamano, lo bagnò e se ne servì per pulirlo del sangue che continuava ad
uscire mentre Isabel premeva sulla nuca un panno pulito in cui aveva avvolto
del ghiaccio nel tentativo di fermare l’emorragia.
- Puoi fare qualcosa per lui? - chiese Liz con voce tremante, lo sguardo fisso
al viso pallido e immobile di Max.
- No… O forse… - inspirò a fondo e si concentrò per proiettarsi nella sua
mente. Dopo alcuni secondi tornò in sé. - Niente da fare, è del tutto
incosciente. Riproverò fra un poco ma intanto voglio controllare se è entrata
qualche scheggia e toglierla… -
- E come? -
- Tranquilla, non gli farò male! - Isabel accennò un vago sorriso nel notare
l’espressione angosciata dell’amica. - Trasformerò in acqua tutte le molecole
che non dovrebbero esserci -
- Oh!… - Sollevata, Liz l’aiutò a mantenere il corpo di Max su un fianco e
rimase a guardarla in silenzio mentre sfiorava con attenzione la profonda
ferita sulla nuca.
- Ecco fatto… - Isabel si asciugò col dorso di una mano la fronte madida di
sudore. - Ce n’erano un bel po’, ma adesso è tutto a posto. Dobbiamo solo
aspettare che si riprenda… -
Mentre sorvegliavano le condizioni di Max arrivarono Tony e Patricia, seguite
dall’allenatore del giovane.
- Come sta? - domandò Patty guardando con una punta d’ansia Max, ancora privo
di sensi.
- Il battito cardiaco si è normalizzato e abbiamo pulito la ferita. Adesso
tocca a lui… -
- Ma perché non avete voluto che lo portassero in ospedale? - chiese
l’allenatore preoccupato. - Max è rimasto ferito in maniera molto grave e credo
che sarebbe meglio farlo vedere da un medico - obiettò ragionevolmente.
Isabel si strinse nelle spalle. - In realtà è solo un taglio profondo, niente
di più… -
L’uomo si chinò sul giovane e gli alzò le palpebre fissando per un attimo le
pupille inerti. - Sicura? -
- Sì, certo. Comunque la ringrazio per essere venuto di persona - Ansiosa di
liberarsi di lui, Isabel lo guardò con un sorriso smagliante e lo accompagnò
alla porta. - E’ stato davvero gentile, buona sera… -
Rimasti soli Tony osservò perplesso le tre ragazze. - Non vorrete lasciarlo
qui, vero? Io non so niente di pronto soccorso, e se dovesse succedere qualcosa
durante la notte come… -
- Non ce ne sarà bisogno - lo interruppe Isabel con voce decisa. - Vedrai che
si riprenderà presto. Credo sia sotto shock, tutto qui, ma tra poco si
sveglierà, ne sono certa! -
- Bene… - Il giovane si dondolò a disagio spostando il peso da un piede
all’altro. - Cosa posso fare? -
La ragazza tornò a sedersi accanto al fratello. - Niente, grazie - Si volse un
attimo a guardare la coppia. - Vi dispiace lasciarci sole con lui? E’ meglio
che non ci sia confusione, quando tornerà in sé… -
Compreso il messaggio Tony e Patricia salutarono a bassa voce e se ne andarono.
Di nuovo sole, le due giovani si guardarono negli occhi poi Isabel pose una
mano sulla fronte di Max e si concentrò. “Max, mi senti?” Il suo pensiero
divenne forte, insistente, e a poco a poco sembrò penetrare nell’essenza del
giovane, le cui palpebre vibrarono impercettibilmente.
Liz, accortasene, trattenne per un attimo il respiro poi prese una mano del
ragazzo e gliela strinse forte.
Di lì a poco Max mosse piano le dita e Isabel riuscì ad entrare in contatto con
lui. “Finalmente! Max, sei ferito, devi fare qualcosa! Le ossa premono contro
il cervello e prima intervieni meglio è! Mi hai sentito?”
Max non rispose ma sia lei sia Liz poterono vedere la ferita rimarginarsi fino
a scomparire ed emisero un sospiro di sollievo.
D’improvviso gli occhi di Max si aprirono ed incontrarono quelli della sorella.
- Vilandra… -
Sorpresa, Isabel gli sorrise esitante. - Ciao.Tutto bene? -
- Sì, almeno credo. Dove mi trovo? - La sua voce era leggermente roca, dalla
pronuncia controllata, come se stesse parlando in una lingua non familiare.
Liz cercò il suo sguardo. - Sei nella tua stanza, al campus. Isabel è riuscita
a non farti portare in ospedale… -
- E tu chi sei? -
Per un intero minuto la ragazza lo fissò senza riuscire a parlare, poi si
sollevò lentamente in piedi. - Sono Liz, non ti ricordi di me? - chiese
ansiosa.
Lui le diede uno sguardo assente. - Dovrei? -
Sconcertata Isabel lo guardò sollevarsi sui gomiti per appoggiarsi contro la
parete. - Cos’è l’ultima cosa che rammenti? - chiese a voce bassa.
Dopo una breve riflessione Max chiuse gli occhi. - La decisione del Consiglio
di concedere ad Antar lo statuto federativo in cambio di noi due -
- Nient’altro? -
- No -
- Non ricordi nulla di Roswell, della nostra vita qui, sulla Terra? -
Il giovane scosse lentamente la testa.
Con un sospiro Isabel guardò Liz, la sua espressione smarrita, e si lasciò
scivolare per terra, le ginocchia strette al petto. - Non è possibile… -
- Max, ti prego, guardami! Davvero non ti ricordi di me? - chiese ancora Liz
tornando a sedersi accanto a lui.
Max riaprì gli occhi e la fissò senza espressione. - No - ripeté, poi si volse
verso la sorella. - Allora, vuoi spiegarmi dove siamo? -
Mentre Isabel raccontava in breve al giovane del loro arrivo sulla Terra, di
Michael e di Nasedo, Liz continuava a guardarlo sentendo un sordo pulsare alle
tempie e la gola secca.
- Allora, chi è lei? - domandò infine Max accennando alla ragazza tuttora al
suo fianco.
- Liz Parker. E’ la tua fidanzata. Max, tu l’ami da sempre!… -
Il giovane si passò una mano tra i capelli. - Mi dispiace ma davvero non me ne
ricordo - disse con voce incolore.
Sentendo il cuore spezzarlesi Liz si alzò e se ne andò senza dire una parola,
ferita a morte dalla sua indifferenza.
Isabel la guardò uscire. - Che bisogno c’era di trattarla così? - domandò
piano.
- Perché, come l’ho trattata? -
- Oh, Max, io proprio non ti capisco! -
- Il mio nome non è Max -
- Beh, qui sulla Terra lo è, e farai bene a ricordarti che io mi chiamo Isabel!
Nessuno conosce la nostra vera identità, tranne poche persone fidate, quindi
stai attento a quello che dici! E adesso riposati, mentre vado a cercare Tony.
Lui è il tuo compagno di stanza, e non sa niente di noi. Ciao - Visibilmente
irrequieta Isabel diede un’ultima occhiata al fratello e uscì.
Non ebbe alcuna difficoltà a rintracciare il giovane, poi si diresse verso il
dormitorio femminile. Avrebbe voluto parlare con Liz ma non riuscì a trovarla:
non era nella sua stanza e Patricia non aveva idea di dove fosse andata.
La ragazza, infatti, si era rifugiata in un angolo del curatissimo giardino che
circondava il dormitorio, troppo sconvolta per aver voglia di vedere l’amica.
Desolata, si sdraiò sulla schiena e rimase a guardare il cielo stellato. Aveva
freddo, nonostante fosse passata in camera sua per cambiarsi prima di uscire,
ma non riusciva a smettere di pensare all’espressione di Max mentre diceva di
non ricordarsi di lei, e lente lacrime le scivolarono lungo le guance gelate.
“Alla fine si ricorderà” cercò di rassicurarsi, “Forse domani, forse fra una
settimana, ma succederà. Deve succedere!…” Si serrò le braccia al petto e
sorrise nel vedere una stella cadente. “Bene, il mio desiderio ha buone
probabilità di venire esaudito…” Si asciugò le lacrime, poi si alzò e rientrò
nella sua stanza facendo attenzione a non svegliare Patricia.
- Max, perché hai smesso di frequentare i corsi? - Isabel giocherellò con la
cannuccia nel suo bicchiere di aranciata e guardò il fratello di sottecchi. -
Secondo Tony non apri più un libro da una settimana. C’è qualcosa che non va?
E’ da quando ti sei risvegliato che… non so… sei… strano… -
Il giovane fece una risatina secca. - Strano… Dovrei essere su Antar, a
rimettere ordine in quel caos, e invece me ne sto qui in una piccola università
del sud-ovest! Certo che sono strano, che diavolo ci sto a fare qui? -
- E’ trascorso quasi un anno da quando abbiamo deciso di tornare sulla Terra
per sempre! Là sono rimasti Tess e Nasedo, e sono loro a controllare che Zoltar
mantenga la promessa fatta! -
- Lo avete deciso tu e Michael, vorrai dire: io ero morto, me l’hai detto tu -
- Oddio, Max, non si può più parlare con te! -
Scuotendo la testa con espressione ironica il giovane buttò in un cestino per i
rifiuti quello che rimaneva del suo pranzo e si avviò per uno dei sentieri che
serpeggiavano in tutto il parco nel quale sorgeva il campus.
- Ancora nulla? - domandò sottovoce Liz, avvicinatasi all’amica non appena
questa era rimasta sola.
- No, mi spiace - Isabel finì di bere la sua bibita poi si lasciò andare contro
lo schienale della panchina di legno su cui sedeva. - Continua a parlare di
Antar, ne è letteralmente ossessionato! -
- Capisco… - La ragazza si infilò una ciocca ribelle sotto il berretto di lana
che indossava. - Beh, ciao -
- Ciao - Isabel prese il suo bicchiere di cartone, ormai vuoto, e lo buttò
prima di prendere i libri che aveva deposto accanto a sé per tornare
nell’edificio dove si tenevano le lezioni.
Quando ebbe termine l’ultimo dei corsi che doveva seguire quel pomeriggio, la
ragazza andò in cerca del fratello e lo trovò seduto su una panchina solitaria
con lo sguardo perso nel vuoto. - Ehi! - lo salutò sorridendo.
Lui ricambiò il sorriso e si alzò per raggiungerla. - Ciao. Così non demordi… -
disse accennando ai libri che teneva sottobraccio.
- No, ormai il mio futuro è qui, sulla Terra, e di conseguenza devo costruirlo
con quello che questo mondo mi mette a disposizione -
Nell’udire il tono un po’ polemico della sorella Max la prese per mano e
l’attirò a sé prima di sedersi con la schiena contro un albero. Divaricò le
gambe per farla sistemare comodamente, le ginocchia sollevate a proteggerla
dall’aria piuttosto fresca, e la circondò con entrambe le braccia. - Non è mia
intenzione sconvolgere la tua vita, Isabel, ti voglio troppo bene per questo,
ma devi capire che io non sento di appartenere a questo posto… -
Addolorata per quelle parole la ragazza si appoggiò al suo petto sospirando. -
Max, ricordi qualcosa di quello che è successo due mesi fa, quando ho
conosciuto Morgan? -
Il giovane giocherellò pensoso con i suoi capelli dorati. - Molto vagamente. I
tuoi sogni, la tua paura, il tuo dolore, la tua confusione. Il tuo amore per me
-
Isabel si sentì arrossire, nonostante fosse stata lei a tirar fuori
l’argomento, e dovette far forza su se stessa per continuare. - Sì. Io ero
convinta di essere innamorata di te, sapevo di esserlo, perché tu mi eri sempre
stato accanto, eri il mio punto di riferimento, eri la roccia cui potevo
appoggiarmi ogni volta che ne avevo bisogno. E lo sei ancora. Tu sei una
persona molto buona, generosa, forte… Non si può non amarti, anche quando tiri
fuori il lato più testardo del tuo carattere come in questo momento! Aver
incontrato Morgan, e aver fatto l’amore con lui, mi ha fatto capire come in
realtà io ti ami per tutto quello che rappresenti per me mentre ciò che provo
per Morgan è il desiderio di trascorrere il resto della mia vita al suo fianco.
- Gli accarezzò delicatamente una mano. - Io voglio vivere con lui, ma non
posso vivere lontano da te. Tutto questo tuo parlare di Antar mi spaventa… Ti
prego, non partire… Se solo tu potessi ricordare cosa rappresenta Liz per te
capiresti cosa voglio dire. Voi due siete una cosa sola, nessuno è mai riuscito
a separarvi, né Michael, né Tess o Nasedo. Anche quando Tess ha provato a
manipolarti la mente il tuo cuore e la tua anima sono rimasti con Liz.
Possibile che non ti ricordi nulla? -
- Vilandra, permetti che ti chiami col tuo vero nome, ti prego…, io non posso
farci nulla: per me tutto quello che al momento esiste è Antar! Il mio dovere
m’impone di tornare sul pianeta e di verificare che vada tutto bene, lo devo
alla nostra famiglia, alla nostra gente… Forse un giorno ricorderò e riprenderò
il mio posto sulla Terra, insieme a questa Liz di cui parli tanto, ma adesso il
mio compito è un altro, e io devo andare… Per favore, vieni con me! -
- E Michael? -
- Michael… Il mio migliore amico, il mio braccio destro, il tuo fidanzato, o
meglio ex-fidanzato… - Sorrise un po’ amaro. - Anche lui si è inserito in
questa nuova vita, giusto? -
- Sì - Isabel intrecciò le dita alle sue. - Ora sta con Maria. L’ha sempre
amata, ma non aveva mai avuto il coraggio di ammetterlo apertamente come hai
fatto tu con Liz. E dire che nella sua prima esistenza era la persona più
audace e spregiudicata che conoscessi… Io non so dirti se accetterà di venire
con te, nonostante i frequenti contrasti lui ti vuole bene come se fossi
davvero suo fratello, però ama moltissimo Maria e gli sarà difficile scegliere
tra voi due… -
- Tu hai già scelto, vero? -
- Sì, Max. Ma mi si spezza il cuore, credimi! - Nel dire così la ragazza si
volse e lo abbracciò stretto. - Ti prego, rinuncia! -
- Mi dispiace, non posso - Max le sfiorò con tenerezza la guancia e le labbra,
poi le diede un bacio sulla fronte e la strinse forte. - Mi mancherai… -
La ragazza nascose il viso nell’incavo del suo collo. - Forse è un segno del
destino il fatto che tu ricordi solamente quello che riguarda la nostra eredità
aliena, ma anche così non riesco ad accettarlo… Tu sei un ragazzo meraviglioso
e non meriti tutto questo… Adesso non puoi capirmi, ma hai perso così tanto… -
Trattenendo a fatica un singhiozzo lo baciò sotto l’orecchio. - Torna sano e
salvo, ti prego! - sussurrò.
Il giovane continuò a tenerla stretta contro di sé per parecchio tempo poi,
sentendola più calma, la scostò leggermente per guardarla negli occhi. -
Tornerò - disse piano, e le sorrise con dolcezza trasmettendole tutto il suo
amore.
Isabel annuì sforzandosi di ricambiare il sorriso, ma alla fine le lacrime
ebbero il sopravvento e tornò ad abbracciarlo stringendoglisi contro.
Il sole era ormai calato da un pezzo quando i due ragazzi lasciarono il loro
improvvisato rifugio e, nel vederli entrare nel locale che ospitava la mensa,
Liz dovette mordersi le labbra per mantenere una parvenza di tranquillità ma a
Patricia non sfuggì il tremito che le scosse le mani. - Liz, tutto bene? -
Liz cercò di sorridere all’amica. - Sì, certo - e chinò lo sguardo sul piatto
ancora intatto che aveva davanti.
- Ok. Allora, per favore, sforzati di mangiare: avrai perso due chili, in
questi giorni! -
Tony, seduto accanto a loro, aveva notato a sua volta l’arrivo dei due giovani
e scosse mentalmente la testa. Fino alla settimana prima Max viveva e respirava
per Liz, ma da quando si era ripreso dopo l’incidente occorsogli durante
l’ultima partita di basket sembrava non rendersi neppure conto della sua
esistenza, e si vedeva benissimo come Liz non fosse ancora riuscita a farsene
una ragione. Lui stesso, ad essere sinceri, non comprendeva fino in fondo la
faccenda dell’amnesia. Come poteva sparire da un momento all’altro una parte
della propria vita? E Max sfuggiva tutti, non solo Liz. Neppure lui era più
riuscito a scambiarci due chiacchiere: sembrava che sapesse sempre quando
stavano per incontrarsi nella stanza che condividevano perché finivano con lo
starvi insieme solo la notte, e Max si addormentava non appena poggiava la
testa sul cuscino. O almeno così sembrava… Sapeva per certo che non frequentava
più nessun corso, né lo aveva rivisto in biblioteca, perfino sua sorella Isabel
pareva sconcertata dal suo comportamento. Ma quanto tempo ci sarebbe voluto
perché tornasse tutto come prima? Ad un tratto trasalì: Liz si era alzata
d’improvviso e si era avvicinata a Max. Solo Isabel poté vedere l’espressione
interrogativa della ragazza mutarsi in profondo dolore quando suo fratello girò
appena la testa per lanciarle una breve occhiata senza neppure rallentare il
passo, e chinò lo sguardo per nascondere la propria angoscia. “Oh, Liz…
Perdonalo, ti prego…”
Lo sguardo di Tony s’indurì nel vedere l’amica fuggire letteralmente dal locale
senza neppure tornare indietro per prendere il giaccone. - Avrebbe almeno
potuto dirle qualcosa! - brontolò.
Patricia, che sapeva quante lacrime ogni notte Liz versasse nella buia intimità
della loro stanza, distolse quasi con rabbia lo sguardo dalla coppia. - Più che
senza memoria a me sembra una persona completamente diversa. Non dimenticherò
mai la prima volta che lo vidi, il giorno in cui Liz venne investita da una
macchina qui al campus… Com’è possibile che ora non si ricordi di lei? -
- Ah, nessuno conosce davvero il cervello umano! Solo che mi fa male vederla
soffrire così tanto… -
Terminato di cenare i due fratelli si ritirarono nuovamente in un angolo
tranquillo del parco e si sedettero l’uno di fronte all’altro tenendosi per
mano. Ci vollero pochi secondi per stabilire una connessione mentale con
Michael, e Max gli riferì in breve tutto quello che era successo e la sua
intenzione di tornare su Antar.
Michael, che aveva saputo dell’amnesia dell’amico solo perché Liz lo aveva
detto a Maria e quest’ultima si era confidata con lui, sulle prime protestò per
non essere stato informato subito dell’incidente poi espresse la sua opinione
contraria. “Io ho trasportato il tuo corpo privo di vita fino all’astronave e
Isabel ha consumato tutte le sue forze per strapparti alla morte: non ti
seguirò su quel mondo maledetto, Max! Tu sai quanto volessi ritrovare il nostro
passato, ma nel caso non te lo ricordassi su Antar aspettavano solo un simbolo!
Loro non hanno bisogno di te, Max, non più… Oppure è solo una scusa per tornare
da Tess?”
A quell’insinuazione il giovane s’irrigidì. “Lei non c’entra. Io avevo un
compito, e non l’ho ancora portato a termine!”
“Hai fatto cessare una guerra che durava da più di vent’anni, come ti aveva
chiesto tua madre. Io sono convinto che tu abbia fatto tutto quello che ci si
aspettava da te. Perché non provi a goderti la vita, una volta tanto?”
“Questo vuol dire che non verrai con me?”
“Puoi scommetterci, mio signore e padrone! E se pensassi di riuscire a
convincerti mi fionderei lì ad Albuquerque in un battibaleno, ma siccome
conosco la tua testardaggine non sprecherò il mio tempo! Però se vuoi, essendo
il tuo migliore amico, ti aiuterò a cacciarti nei guai con la massima rapidità:
verrò a prenderti all’aeroporto e ti accompagnerò di persona all’astronave!”
“Non ce n’è bisogno” Max si concentrò ulteriormente e nella sua mano destra
apparve un granilite. “Non ho nessuna intenzione di costringervi a fare
qualcosa che non volete. Tu e Vilandra siete stati molto chiari. Abbiate cura
di voi”
“Aspetta, cosa vuoi fare?” chiese Isabel lasciando trasparire tutta l’angoscia
che provava in quel momento.
“Userò il potere di attrazione dei graniliti per trasferirmi attraverso la loro
energia fino alla cabina di comando. Addio, Vilandra”
Ed il contatto s’interruppe di colpo.
La ragazza spalancò gli occhi con un gemito. - Max! -
Ma davanti a lei c’era ormai il vuoto.
Disperata Isabel si strinse le ginocchia al petto e cominciò a piangere in
silenzio. Era quasi mezzanotte quando tornò nella sua stanza. MaryJo dormiva
profondamente e lei fece attenzione a non svegliarla mentre si toglieva le
scarpe e s’infilava ancora vestita sotto le coperte.
L’indomani mattina come prima cosa andò in cerca di Liz. La trovò nell’aula di
biologia. - Ciao, non è un po’ presto per venire qui? La lezione inizia fra
mezz’ora… - la salutò sforzandosi di sembrare tranquilla.
- Ciao. E tu cosa ci fai? -
- Cercavo te - Le si avvicinò e si sedette accanto a lei guardandola con occhi
smarriti. - Max è riuscito a teletrasportarsi fino all’astronave con l’aiuto
dei graniliti: ormai è in viaggio per Antar… -
- Cosa?!? -
- Era il suo chiodo fisso. Voleva tornare là per portare a termine il compito
assegnatogli da nostra madre -
Liz scosse piano la testa. - Ma lo aveva già fatto! E’ stato perfino ucciso… -
- Neppure Michael è riuscito a dissuaderlo. Oh, Liz, tu sai com’è… Quando si
mette in testa una cosa… - Isabel s’interruppe e si alzò di scatto. - Era tuo
diritto saperlo. Mi dispiace per tutto il male che ti ha fatto, e sono sicura
che quando recupererà la memoria ne soffrirà tantissimo… Lui ti ama, ti ama
ancora, anche se non lo ricorda più… - Serrò le mani a pugno poi si volse e se
ne andò.
Come in trance Liz aprì il libro di biologia e cominciò a studiare.
- Come, è partito? - Maria fissò sbigottita Michael.
Il ragazzo controllò la cottura dell’hamburger e si strinse nelle spalle. - Non
vedeva l’ora di tornare da Tess, ecco la verità! -
- Che vuoi dire? -
- Lui ha dimenticato tutto quello che riguarda la sua vita sulla Terra, e
quindi cerca la sua dolce metà aliena. Tess, appunto… -
- Michael, lo pensi davvero? Ti rendi conto di cosa starà provando Liz? -
Michael si pulì le mani col grembiule che portava legato ai fianchi e si
asciugò il sudore con uno strofinaccio pulito. - Io non so cosa pensare! - Si
lasciò scivolare a sedere in terra. - Forse sarei dovuto andare con lui… -
- No, ti prego, non dirlo neppure per scherzo! - La giovane gli si inginocchiò
accanto e gli diede un leggero bacio sulle labbra. - Non sopporterei di stare
lontana da te sapendoti in pericolo! -
- Ma lui è il mio sovrano - Il giovane la fissò sgomento. - ed io l’ho
abbandonato a se stesso… -
- Max è un adulto, ormai, ed è in grado di fare le sue scelte. Ok, forse in
questo caso le cose sono un po’ più complicate, ma… - Maria si portò una mano
alla fronte. - Oddio, Michael, stavo per dimenticarmelo! Ieri sera lo sceriffo
ha chiesto a mia madre di sposarlo: la cerimonia è fissata tra due settimane… -
- Oh, Maria, perché è sempre tutto così difficile? -
- Non chiederlo a me! - La ragazza lo guardò sconsolata, poi gli gettò le
braccia al collo. - Vorrei andare a trovare Liz, sarà a pezzi… -
- Più tardi chiederò al signor Parker di darci due giorni di libertà, va bene?
-
- Ok -
- Ok - Michael le prese il volto tra le mani e la fissò intensamente. - Ti amo,
Maria - disse prima di baciarla con passione.
Quando si staccarono per riprendere fiato Maria sorrise. - Mi piace baciarti… -
- Anche a me. Senti, se tua madre e Valenti si sposano noi due… -
- potremo vivere insieme, finalmente! - finì per lui la ragazza prima di
rialzarsi in piedi. - Odio doverlo dire ma sarà bene tornare al lavoro… -
- Già - Michael le diede un buffetto sulla guancia poi tornò ad occuparsi di
hamburger e hot dog.
Il padre di Liz non fece alcuna obiezione a concedere i due giorni richiesti e
l’indomani all’alba Maria e Michael si misero in viaggio diretti a nord.
La ragazza fu molto sorpresa di trovarli ad attenderla davanti all’edificio dei
corsi e si affrettò ad abbracciarli. Maria la strinse forte e sentì il suo
corpo sottile tremare per l’emozione. - Oddio, Liz, mi dispiace tanto… - le
disse piano. - Vedrai che presto si rimetterà tutto a posto… -
- Lo spero, Maria, ma… non lo so, è passato troppo tempo e lui… mi guardava in
un modo… come se fossi un insetto fastidioso!… - Liz balbettava tanta era
l’angoscia che provava e Maria guardò Michael in cerca d’aiuto.
Il giovane si avvicinò alle due ragazze e toccò con dolcezza i capelli di Liz.
- Tornerà da te, vedrai… - disse cercando di suonare convincente, ma lui stesso
non sapeva cosa pensare. - Come l’hanno presa, gli Evans? - chiese poi.
- Non sanno ancora niente - La voce di Isabel risuonò improvvisamente a pochi
passi da loro. La ragazza si avvicinò a Michael e lo strinse in un rapido
abbraccio. - Non sanno né dell’incidente né dell’amnesia, e tanto meno del
viaggio - mormorò guardandolo in volto. - Ho aspettato sperando che Max
ritrovasse la memoria, ma adesso dovrò dirglielo, e non so come fare… -
Il giovane emise un profondo sospiro. - Come ha fatto a teletrasportarsi? -
- Non ne ho idea. Sembra che in lui ora ci sia solo la parte originaria, quella
aliena, se vuoi chiamarla così… Quando recuperò la memoria della sua vita
precedente i ricordi erano quelli del principe di Antar, ma in questi giorni a
volte mi ha dato l’impressione di essere un’altra persona… Era come se… come se
la vera essenza della nostra razza fosse riaffiorata in lui, e lo avesse
sopraffatto… -
- O forse è la sua eredità genetica. Non dimenticare che la tua famiglia ha
governato per oltre mille anni, e probabilmente è riuscita ad acquisire una
conoscenza che le ha consentito di mantenere il potere per tutto questo tempo…
-
- Vuoi dire che Max, in quanto successore diretto di nostro padre, aveva una
quantità d’informazioni accessibile a lui soltanto? -
- Qualcosa del genere, sì, è probabile. E adesso quest’amnesia gli ha liberato
la mente scoperchiando il vaso di Pandora -
- Intendi dire… -
- che ora Max è quello che avrebbe dovuto essere, ma nessuno di noi sa fin dove
si spingano i suoi poteri - Michael era scuro in viso mentre pronunciava quelle
parole.
- Beh, se il vostro scopo era di consolare Liz direi che avete preso un grosso
granchio! - protestò Maria notando il volto dell’amica impallidire di colpo. -
Dai, tesoro, non starli a sentire: quando ci si mettono, quei due sanno essere
dei veri menagramo!… Vieni, andiamo a fare quattro passi, così ti racconto dei
progetti di mia madre… -
e si allontanò continuando a tenere un braccio intorno alle spalle esili di Liz.
Rimasti soli Isabel e Michael si sedettero sul primo gradino della scala di
pietra che conduceva all’ingresso dell’edificio alle loro spalle e seguirono
con lo sguardo le due ragazze allontanarsi.
- Liz? -
- Sta malissimo - Isabel appoggiò il mento sulle ginocchia strette al petto. -
Max l’ha sempre ignorata e lei si è come ritirata in se stessa. Ha continuato a
frequentare i corsi, a differenza di Max, ma poi passa tutto il tempo in
biblioteca. Perfino la sua compagna di stanza la vede solo a lezione e a mensa…
-
- E tu? -
- Io… Oh, Michael, non posso pensarci… E’ come se lo avessi perso di nuovo…
Continuo a ripetermi che prima o poi ritroverà la memoria e tornerà da noi ma a
volte penso che forse non succederà mai, o che gli possa capitare prima
qualcosa di brutto… Lui è in viaggio per Antar, ti rendi conto? Sta andando da
solo incontro agli uomini che hanno deciso la nostra eliminazione! -
- Già… Io speravo che capisse l’inutilità di tutto questo e invece l’ho solo
spinto ad andarsene ancora più in fretta! Se dovesse accadergli qualcosa non
potrò mai perdonarmelo… -
- Ti prego, Michael, non dirlo neppure! Io… l’ho tradito per Morgan… - Con un
gemito nascose il volto contro le ginocchia.
In silenzio il giovane prese ad accarezzarle i capelli.
- Deve tornare, deve! - mormorò Isabel tra i singhiozzi, poi si volse e cercò
rifugio tra le sue braccia.
Intanto Maria cercava di sollevare il morale all’amica raccontandole le mille
idee che la madre stava tirando fuori per organizzare il matrimonio più estroso
che Roswell potesse immaginare ma Liz manteneva un’espressione assente che le
faceva provare una pena infinita. - Liz… - la chiamò allora strattonandola
gentilmente.
La ragazza sembrò infine reagire e le rivolse uno sguardo desolato. - Io… -
Senza sapere come spiegarsi si sbottonò il giaccone e rialzò il bordo della
maglietta scostando un poco i pantaloni, di morbido tessuto di lana
elasticizzato. La zona appena sotto l’ombelico era leggermente luminosa.
- Santo cielo, Liz, ma che cos’hai? - domandò stupefatta Maria.
- Non lo so. Ogni volta c’era Max, che mi toccava e faceva sparire tutto, ma
ora… -
- E si ingrandisce? -
- In maniera quasi impercettibile, ma sì, si ingrandisce… -
Maria la osservò pensierosa rimettersi in ordine e notò le sue labbra tremanti.
- Liz, potrebbe…? -
Liz si strinse le braccia al petto. - Sì, forse… Ho provato ad esaminare il
sangue al microscopio e posso solo dirti che contiene tante altre cose oltre ai
globuli rossi e bianchi: il guaio è che non so se dipenda da quello che Max ha
fatto per salvarmi la vita oppure da qualcosa che sta crescendo dentro di me… -
- Un bambino, Liz, non “qualcosa”! - replicò seria l’amica.
- “Qualcosa” - ribadì Liz con durezza. - Qualcosa di talmente ibrido che non
oso pensarci! -
- Non intenderai abortire, vero? -
- Oh, no, non potrei mai! A parte il fatto che non ho nessuna intenzione di
farmi esaminare da un medico, ma sarebbe come uccidere Max stesso… E poi,
comunque, non è detto che sia questo il motivo di quelle chiazze -
- Beh, la speranza è sempre l’ultima a morire… - borbottò Maria dando un calcio
ad una piccola pietra.
- Maria, sono terrorizzata… Ho paura che non lo rivedrò mai più, non so cosa
stia succedendo al mio corpo, e non sopporto più di vedere Isabel! -
- Perché, cos’ha fatto? -
Dopo una breve esitazione Liz si appoggiò contro un albero e guardò Maria in
volto. - Non te l’ho mai detto prima perché era una cosa che riguardava solo
lei e Max, ma… Qualche tempo fa Isabel scoprì di essere innamorata di Max, lo
aveva sognato e… - Si strinse nelle spalle imbarazzata ed accennò un sorriso. -
Però poi incontrò Morgan e si rese conto della differenza - Il sorriso svanì e
gli occhi le si colmarono di lacrime. - Se tu avessi visto come si sono
abbracciati l’altro giorno, prima che lui partisse… mentre io… non ho avuto
diritto neppure a un semplice ciao… -
- Non vorrai dire che…? -
La ragazza scosse piano la testa asciugandosi le guance umide di pianto. - No,
anzi, Isabel mi ha detto di perdonarlo, che in realtà ha solo dimenticato di
amarmi, ma… sono gelosa di lei, lo ammetto… Io non ho potuto più toccarlo da
quando si è svegliato dopo quel maledetto incidente alla partita, mentre lei…
Maria, non ce la faccio più! -
- Coraggio, Liz, ci sei riuscita quando credevi che Max fosse morto, adesso ha
solo perso la memoria!… -
- Ma… -
- Niente ma! Tu sei una donna, ormai, quindi agisci come tale! Prima di tutto
devi cominciare a pensare a te stessa come Liz e non come parte di Max, poi
devi riprendere a mangiare o finirai col ridurti ad un mucchietto di pelle ed
ossa, e in ultimo cerca di essere libera per il 2 dicembre perché voglio che
sia presente al matrimonio di mia madre con lo sceriffo: sono sicura che da
sola con Kyle non riuscirei a sopravvivere!… - Con un sorriso d’incoraggiamento
Maria tese il braccio verso l’amica, che riluttante le diede la mano e si
lasciò condurre via.
Quando tornarono indietro trovarono Isabel e Michael ancora seduti ai piedi
della scalinata.
Fu Isabel a suggerire di andare a cena tutti insieme in città e, sia pure a
malincuore, Liz si unì al gruppetto. Fu una serata molto tranquilla, durante la
quale cercarono di non pensare a quello che era successo, ma nonostante i loro
sforzi la tensione era forte e Maria, cui non era sfuggita la malinconia di Liz,
si scoprì a cercare di continuo lo sguardo di Michael. Lo amava così tanto che
tremava all’idea che potesse succedergli qualcosa e comprendeva l’angoscia
della sua amica. Avrebbe voluto aiutarla ma non c’era niente che lei, o gli
altri, potessero fare se non pregare perché Max tornasse sano e salvo… Ricordò
il giorno in cui Liz le disse la verità a proposito dei fratelli Evans e di
Michael, e l’orrore provato sul momento, ma poi si era abituata all’idea e a
poco a poco aveva scoperto come, nonostante le insolite origini, i tre fossero
simili a tutti i ragazzi della loro età, con le stesse debolezze e gli stessi
desideri. Sorrise involontariamente ripensando ai guai che avevano passato
insieme, e trattenne a stento una risata isterica all’idea di sua madre che
veniva a sapere di essere la suocera di un extraterrestre. Ma tant’è: la vita a
volte riserva strane sorprese…
Lei e Michael ripartirono l’indomani dopo aver salutato Liz ed Isabel prima che
iniziassero le lezioni del mattino. Liz era pallida e aveva gli occhi cerchiati
avendo passato buona parte della notte in bianco ma sembrava più forte,
determinata, mentre Isabel aveva un’espressione chiusa. Non riusciva infatti a
perdonarsi per aver abbandonato Max e non le era stato d’aiuto ricevere una
telefonata di Morgan proprio mentre stava finendo di vestirsi. Sentire la sua
voce era stato come ricevere una pugnalata in pieno petto e aveva dovuto
lottare con tutte le sue forze per mantenersi calma davanti alla sua compagna
di stanza, come sempre attentissima ad ogni cosa che faceva. Ma era fermamente
decisa a credere che non sarebbe capitato niente di male a Max, e solo i suoi
occhi tradivano l’angoscia che provava.
Michael le sorrise comprensivo prima di abbracciarla, poi strinse con affetto
anche Liz ed attese che Maria salutasse entrambe prima di avviarsi verso la
jeep.
Nelle settimane che seguirono Liz si costrinse a mangiare con regolarità e si
applicò con la massima concentrazione per poter dare in anticipo gli esami di
fine corso. Ormai aveva la certezza di essere incinta e non voleva rimanere lì,
dove tutto le ricordava Max.
Quando tornò a Roswell per il matrimonio di Amy DeLuca trovò sua madre ad
attenderla all’aeroporto e, nonostante tutto, fu contenta di vederla e di
subire i suoi ansiosi abbracci. Durante il tragitto verso casa parlarono
tranquillamente dei preparativi dei futuri sposi e la donna evitò con cura
qualsiasi domanda di carattere personale essendosi resa conto che Liz non era
così serena come voleva farle credere.
Anche Jeff Parker accolse la figlia con un forte abbraccio, dandole a malapena
il tempo di scendere dall’auto. Nonostante avesse ormai quasi diciannove anni
per lui rimaneva la bimbetta che correva sul prato dietro una palla colorata o
lo implorava di spingerla sull’altalena, e sentiva molto la sua mancanza. Erano
passate diverse settimane dall’ultima volta che era tornata a casa, ed era
grato a Maria per aver tanto insistito perché fosse presente al matrimonio di
sua madre.
Dopo cena, protetta da un caldo maglione, la ragazza uscì sulla piccola
terrazza della sua stanza e si sedette sulla fedele brandina, lo sguardo fisso
al grande cuore rosso che una sera Max aveva disegnato sul muro. Senza
rendersene conto mosse le labbra nella silenziosa pronuncia delle iniziali
disegnate all’interno mentre con la mano si accarezzava distrattamente lo
stomaco. Così la trovò la madre, che aveva bussato a lungo prima di decidersi
ad entrare in camera e accorgersi della finestra aperta. - Liz… - la chiamò
esitante.
Liz si volse di scatto verso di lei, un’espressione colpevole sul viso. - Sì,
mamma? - rispose, consapevole del fatto che non poteva più rimandare le
spiegazioni.
- Cara, anche tuo padre si è accorto che qualcosa non va… Cosa è successo? - La
donna aveva a sua volta scavalcato il davanzale della finestra e si era seduta
su una sedia vicino a lei.
- Perché pensi sia successo qualcosa? - chiese invece Liz.
Prima di rispondere la madre sembrò riordinare le idee. - Vedi, tesoro, ogni
volta che decidevi di trascorrere il fine settimana ad Albuquerque, anziché
tornare qui, ci avvertivi, e quando telefonavi avevi sempre tante cose da
raccontare. Negli ultimi tempi, invece, ti sei limitata a dire che rimanevi
all’università perché dovevi studiare. Maria mi ha anche detto che ti sei
ritirata dalla squadra delle cheerleaders… Hai forse dei problemi con le
lezioni? E’ per questo che hai bisogno di dedicare più tempo ai libri? Non che
mi lamenti, sia chiaro, ma ritengo che un po’ di svago ogni tanto faccia bene,
non credi? -
La ragazza si girò verso di lei e accennò un sorriso di scusa. - Sì, hai
ragione, ma il fatto è che vorrei cambiare università. Per questo sto studiando
di più, perché se riesco a dare prima gli esami di fine semestre posso chiedere
il trasferimento per il prossimo anno -
- E dove vorresti andare? - chiese sorpresa la donna.
- All’università di San Diego. Ho già preso contatto con loro e mi hanno detto
che, non appena termino questi esami, posso inviargli i documenti per
l’iscrizione. Mi mancano solo quattro test -
- Non capisco… Perché vuoi lasciare Albuquerque? Credevo che ti ci trovassi
bene! Lì ci sono pure Max e sua sorella, o pensano di cambiare anche loro? -
- No, Isabel non sa niente e Max… Max è una storia complicata… - Liz sollevò le
gambe sulla sdraia e si strinse le ginocchia al petto in un’inconscia posizione
difensiva. - Circa un mese fa, durante una partita di basket, ha avuto un
incidente. Si è ferito alla testa e quando ha ripreso i sensi non ricordava più
nulla di me e dei nostri progetti… - Lo sguardo divenne quasi distante e la
voce si ridusse ad un sussurro. - Se n’è andato, senza nemmeno salutarmi… Io
non so se un giorno ritroverà la memoria e tornerà da me, ma so che non posso
rimanere ad aspettarlo lì, dove ogni cosa mi ricorda lui… compresa Isabel… Ho
bisogno di ricominciare daccapo, solo così potrò andare avanti… -
- Vuoi dire che rinunci a lui? - domandò la donna guardandola
interrogativamente.
A quelle parole Liz raddrizzò le spalle accennando un dolce sorriso. - No, mai.
Max è troppo importante per me, e sono disposta ad attenderlo per tutto il
tempo necessario! Ma nel frattempo devo vivere la mia vita, e ora come ora
posso farlo solo in un posto nuovo. Mi dispiace, mamma… -
- Sei sicura di farcela? Forse sarebbe meglio che tornassi per un po’ a casa… -
- No, ti prego… Anzi, vorrei che mi aiutassi a convincere papà -
- Va bene, se davvero pensi che sia la cosa giusta da fare… - Le diede un
affettuoso colpetto sulla spalla. - Dai, adesso rientriamo, comincio a sentire
freddo! - Mentre la seguiva all’interno della stanza la guardò con attenzione.
- Ma ha perso completamente la memoria? E i suoi genitori? Dev’essere
un’esperienza terribile per tutti loro… -
Liz, senza neppure voltarsi, andò a sedersi davanti alla scrivania e prese in
mano una cornice dorata che conteneva una foto di lei con Max. - Lui ricorda
solo alcune cose, e Isabel lo ha detto a sua madre soltanto la settimana
scorsa. Non so come l’abbiano presa, non me l’ha detto, ed io non ho nessuna
voglia di saperlo… Non credo che tornerà in tempo per il matrimonio, nessuno sa
dove sia andato, ma qualcosa di lui resterà per sempre con me e questo, per
adesso, mi deve bastare… -
Perplessa per il tono leggermente distaccato della figlia, la signora Parker
accennò un sorriso di saluto e se ne andò lasciandola sola con i suoi ricordi.
L’indomani mattina, mentre facevano colazione tutti insieme, il signor Parker
affrontò il discorso università. Prima di tutto ci tenne a chiarire che non ne
faceva una questione di soldi, però voleva essere certo della decisione della
figlia. San Diego era molto più lontana di Albuquerque e non era sicuro che la
ragazza, abituata alla vicinanza della famiglia e degli amici, potesse
trovarvisi bene.
Liz, tuttavia, si dimostrò molto ferma nel suo proposito e l’uomo, alla fine,
cedette. La notte precedente aveva parlato a lungo con la moglie, che gli aveva
detto tutto quello che aveva saputo dalla ragazza, e, a parte l’iniziale
contrarietà, si era reso conto che forse quella era la soluzione migliore. Liz
sembrava stare molto bene, aveva messo perfino su qualche chilo, però i suoi
occhi tradivano spesso una profonda malinconia e capiva che lo sforzo
d’integrarsi in un nuovo ambiente l’avrebbe distratta dal suo dolore.
Anche a casa Evans l’atmosfera era un po’ tesa. I genitori adottivi di Isabel e
Max erano rimasti profondamente colpiti dall’incidente del giovane ed erano
molto preoccupati per la sua incolumità. Isabel aveva deciso di non nascondere
loro nulla, nell’inconscia speranza di sentirsi tranquillizzare, ma invece
aveva dovuto consolare la madre, scoppiata in lacrime nel sentire la verità
sulle condizioni di Max. Il fatto che neanche stavolta la ragazza portasse
notizie del fratello era stato per la coppia un duro colpo.
Forse fu perché aveva un grande bisogno lei stessa di conforto che, dopo cena,
telefonò a Morgan e lo pregò di raggiungerla a Roswell.
L’uomo, che aveva appena portato a termine l’incarico per cui lo avevano
richiamato a Washington, prese il primo aereo disponibile e l’indomani mattina
si presentò a casa Evans.
Gli aprì Isabel stessa, che aveva passato la notte girandosi e rigirandosi nel
letto senza riuscire a chiudere occhio, e gli gettò le braccia al collo
lasciandosi cullare contro di lui. - Oh, Morgan, ti amo! - mormorò poggiando la
testa sulla sua spalla.
- Anch’io, principessa… Ti ho sentita così triste, ieri sera… Sarei venuto lo
stesso, lo sai, ma così mi sono precipitato a casa tua a quest’ora impossibile!
-
Erano infatti le sei e mezza, il sole aveva appena cominciato a fare capolino,
ed Isabel aveva aperto ancora prima che lui potesse suonare il campanello
rischiando di svegliare i suoi genitori. La ragazza accennò un sorriso di
scusa. - Mi dispiace averti costretto ad alzarti nel cuore della notte, ma sono
così felice di vederti!… - Gli si strinse maggiormente contro e l’agente
federale le prese il viso tra le mani baciandola con una passione travolgente
che li lasciò tremanti e senza fiato.
Sorridendo tra le lacrime che erano apparse improvvise, Isabel si sciolse con
delicatezza dall’abbraccio e lo trascinò verso la sua camera da letto. Senza
dire nulla gli tolse il cappotto e la giacca poi cominciò a sbottonargli la
camicia.
Sentendo il cuore battergli con forza Morgan l’aiutò nel compito prima di
sfilarle l’elegante vestaglia di lana rosa e slacciare il nastro della
scollatura della camicia da notte. - Ti voglio… Mi sei mancata da morire… -
sussurrò ricoprendole il viso di piccoli baci.
- Ed io ho bisogno di te, Morgan… Tantissimo… - Isabel lo guardò negli occhi
per un lungo istante prima che lui le facesse scivolare la camicia da notte
oltre le spalle.
- Sei così bella… - L’uomo le sfiorò il collo in una carezza sensuale, poi si
sedette sul letto e l’attirò a sé.
Si svegliarono entrambi verso le dieci, quasi sorpresi di trovarsi l’una nelle
braccia dell’altro, e Isabel rimase a fissarlo per un poco senza parlare. Quel
giorno, per la prima volta, aveva visto nei ricordi di Morgan. Aveva visto
qualcosa del suo passato e del loro primo incontro, e si sentì rassicurata.
Solo un legame molto forte, in momenti di tensione, poteva procurare quelle
visioni, e se mai avesse avuto qualche dubbio sui sentimenti che provava per
lui, e che Morgan provava per lei, adesso non ne aveva più. Sorrise lentamente,
gli occhi brillanti di gioia, e scivolò su di lui baciandolo forte.
Piacevolmente stupito l’uomo la strinse a sé ricambiando il bacio e facendo di
nuovo l’amore con lei. - Vorrei svegliarmi così tutti i giorni… - mormorò poi,
la voce ancora un po’ ansante.
Isabel gli accarezzò il petto e gli diede un bacio leggero sulle labbra. - Non
in questa casa, però! Oggi pomeriggio si sposa la madre di Maria, e solo per
questo i miei genitori dormono ancora, altrimenti saresti stato già scoperto… -
Prese la vestaglia caduta per terra e la infilò guardandolo con espressione
tenera. - Vestiti, così andiamo a fare colazione: avrai una fame terribile!… -
- Già - Morgan si alzò a sua volta ed indossò i pantaloni e la camicia. - E
dopo mi racconterai cos’è che ti ha turbato così tanto… -
In cucina si diedero da fare insieme ai fornelli e Diane Evans li trovò che
mangiavano tranquillamente seduti al tavolo. - Ciao, mamma! - la salutò Isabel.
- Morgan è venuto a trovarmi… -
- Sì, lo vedo. Buongiorno, Morgan. Tutto bene? -
L’uomo si alzò in piedi e le strinse la mano. - Salve, signora. Tutto bene, sì,
grazie. Mi dispiace essere arrivato così all’improvviso ma… -
- Non preoccuparti - lo interruppe la donna sorridendo comprensiva. - Isabel ha
passato un periodo difficile, e credo di non esserle stata molto d’aiuto… Sono
contenta che tu sia qui, sicuramente potrai fare qualcosa di più per lei… -
- Lo spero. Mi ha detto che oggi si sposa la madre di Maria. Amy DeLuca, se non
ricordo male… -
- Sì, infatti, con lo sceriffo -
- Jim Valenti, sì, un uomo molto in gamba… -
La donna fece un piccolo cenno affermativo col capo prima di dirigersi verso la
credenza. - Isabel, perché non telefoni a Liz per dirle se viene a pranzo da
noi? -
- Non credo sia una buona idea, mamma -
- Pensi che non accetterebbe? - le chiese lei voltandosi a guardarla.
Isabel si appoggiò stancamente contro lo schienale della sedia. - Dopo quello
che le ha fatto Max non credo che abbia voglia di venire in questa casa: ti
rendi conto di cosa significhi per lei trovarsi in un posto dove tutto glielo
ricorda? -
- Ma prima o poi tuo fratello ritroverà la memoria e tornerà, ne sono sicura! -
- Mamma, anch’io ne sono sicura, ma Liz si è vista mettere in disparte come un
oggetto inutile e senza valore! So che accoglierà Max a braccia aperte quando
tornerà da lei, lo ama troppo per non farlo, ma adesso sta ancora cercando di
raccogliere i pezzi… Cerca di capirla, in queste settimane ha evitato pure me…
- La voce di Isabel si spezzò. Troppo recente era il penoso distacco dal
fratello, e troppo forte il senso di colpa che ancora provava per averlo
lasciato andare da solo. La sua mano si mosse senza volerlo verso quella di
Morgan e la strinse con forza. - Cerca di capirla… - ripetè con gli occhi fissi
alle loro dita intrecciate.
Più tardi, tuttavia, la vide insieme a Maria mentre camminavano lungo la Main
Street.
Le due ragazze si fermarono bruscamente trovandosi davanti Isabel e Morgan.
- Ehi, ciao, federale! - fu il saluto divertito di Maria. - Sei venuto a dare
manforte allo sceriffo? -
- Veramente sono venuto per Isabel - rispose lui stringendole deciso la mano,
prima di fare lo stesso con Liz, che teneva gli occhi bassi per non incontrare
lo sguardo della ragazza.
- Compere dell’ultim’ora? -
Maria sorrise ad Isabel con fare innocente. - Sì, mia madre mi stava facendo
impazzire con tutte le sue ansie, il vestito, i fiori, le scarpe, sai, cose del
genere, così sono scappata con Liz! Adesso però dobbiamo andare, Kyle ci sta
aspettando per pranzo. Ciao, Isabel, ciao, Morgan - e riprese a camminare
sospingendo dolcemente Liz davanti a sé.
La cerimonia fu molto simpatica. Gli addobbi della piccola chiesa della
congregazione cui appartenevano sia Amy DeLuca sia Jim Valenti erano stati
accuratamente preparati da tutti gli amici di Maria, incluso Alex tornato per
l’occasione da Boston, mentre Nancy Parker, la madre di Liz, aveva coinvolto la
figlia e tutti i dipendenti del Crashdown per preparare adeguatamente il
locale, dove si sarebbe svolto il rinfresco. Maria e Kyle, elegantissimi nei
loro abiti da cerimonia, fecero del loro meglio per non lasciar trasparire
l’imbarazzo che provavano per aver dovuto scortare i rispettivi genitori
all’altare. Infine c’erano quasi tutti gli agenti in forza presso il locale
distretto di polizia, e molti di questi riconobbero Morgan Coltrane, alto e
sicuro al fianco di Isabel.
La serata trascorse molto piacevolmente, le cose da mangiare erano tantissime e
preparate secondo le migliori ricette del locale, e la band con cui Maria
cantava tutti i sabato sera fornì un adeguato sottofondo musicale.
Né Isabel né Maria si accorsero dell’improvvisa sparizione di Liz, defilatasi
nella sua stanza non appena le era stato possibile. Solo Michael la vide aprire
la porta che dava accesso all’appartamento privato, e dopo un poco la seguì.
Senza bussare entrò nella sua stanza e la vide rannicchiata sul letto che
piangeva sommessamente. Con un sospiro le si sedette accanto, senza dire nulla,
finché lei si raddrizzò e cercò conforto tra le sue braccia.
Quando si fu sfogata si tirò un poco indietro per guardarlo in viso. - Avete
avuto sue notizie? - chiese.
Il ragazzo fece cenno di no col capo. - Nessuna. Mi dispiace, Liz… -
Sentendosi terribilmente depressa lei tornò a sdraiarsi. - Grazie per essere
venuto, ma ora puoi tornare di sotto -
- Ok. Comunque, se vuoi, ti mando Maria… -
- No, non ce n’è bisogno. La chiamerò domani. A casa tua, vero? -
- Sì, la troverai da me. Buonanotte -
- Buonanotte… - Rimasta sola, Liz si spogliò e per un po’ rimase a guardarsi lo
stomaco, dove la pelle brillava ormai di una luminosità dorata compatta. -
Buonanotte anche a te, piccolo… - disse piano sfiorandosi con la punta delle
dita. - Oh, Max, guarda come cresce tuo figlio… - Poi si mise il pigiama e
s’infilò sotto le coperte perdendosi immediatamente in un sogno bellissimo dove
Max era con lei ed il loro bambino.
- Sicura, Liz? - chiese un’ultima volta il signor Parker stringendo il
ricevitore del telefono con forza, come se così potesse essere più vicino alla
figlia.
- Sì, papà. L’aereo parte fra meno di due ore, così adesso ti devo salutare. E
ricordati di non dare a nessuno il mio nuovo indirizzo! -
- Va bene, tesoro. Fai buon viaggio, allora, e chiama appena sarai arrivata! -
- Ok - Liz interruppe la comunicazione e ripose il cellulare nello zaino. Si
guardò lentamente intorno per verificare ancora una volta di non aver
dimenticato nulla poi abbracciò Patricia e anche a lei fece una
raccomandazione. - Isabel non sa che vado a San Diego, e ti prego di non dirle
niente! Tu sai solo che me ne sono andata… -
- Verrò a trovarti - promise l’amica stringendola con affetto. - Mi mancherai,
Liz, ma ti faccio tantissimi auguri. E saluta l’oceano per me! -
La ragazza le sorrise poi prese la valigia ed uscì dalla stanza.
Il volo verso la California si svolse senza problemi e la nuova università si
rivelò uno splendido posto immerso nel verde a pochissima distanza dalla
spiaggia. L’appartamentino che aveva preso in affitto era subito fuori del
campus e vi si recò per lasciarvi i bagagli prima di andare a controllare in
segreteria che la sua pratica fosse in ordine.
Natale era vicino ed i corridoi erano pieni di studenti alle prese con i test
di fine anno.
Sentendosi rinfrancata perché nessuno sembrava accorgersi di lei seguì le
indicazioni per gli uffici amministrativi e poco dopo entrò in una stanza
grande e luminosa. “Credo che questo posto mi piacerà!” pensò convinta mentre
si avvicinava sorridendo ad una scrivania dietro la quale sedeva una giovane
segretaria dall’aria simpatica e disponibile.
I giorni trascorsero veloci e tranquilli. Aveva passato il capodanno da sola,
riordinando la sua nuova casa e facendo lunghe passeggiate in riva all’oceano,
da cui era affascinata, poi aveva cominciato i corsi e fatto amicizia con molti
ragazzi e ragazze. Non diceva nulla del suo passato, Max era un dolore costante
rinchiuso in un angolo del suo cuore, e l’essere che cresceva dentro di lei era
ancora così minuscolo che nessuno avrebbe potuto immaginare la verità, ma le
faceva piacere passare il tempo libero chiacchierando coi suoi nuovi compagni
di studi.
I mesi trascorsero veloci ed infine tutti poterono rendersi conto della sua
gravidanza. San Diego, tuttavia, era una grande città, piena di gente di tutte
le razze, e una ragazza di diciannove anni incinta non faceva notizia, come
sarebbe invece successo a Roswell. Liz, del resto, aveva continuato a
comportarsi come se niente fosse ed anche i professori non trovavano nulla di
strano nel vederla arrivare in aula con vestiti sempre più ampi.
Alla fine di giugno cominciarono gli esami e verso la metà del mese successivo
Liz telefonò a Maria pregandola di raggiungerla il prima possibile.
La ragazza, preoccupata, si precipitò a San Diego insieme a Michael il giorno
dopo la chiamata e spalancò gli occhi per la sorpresa quando vide l’amica
aprirle la porta. - Oddio, Liz, ma hai una pancia enorme! - disse a mo’ di
saluto.
Liz rise suo malgrado. - Sì, infatti credo che stia per nascere, per questo ti
ho chiesto di venire… Ciao, Michael! Sono contenta che ci sia anche tu… -
- Già, immagino, però guarda che non so niente di bambini! - rispose lui
fissandola perplesso.
- Ma potrai controllare che vada tutto bene… E’ da ieri che ho delle forti
contrazioni, e non posso certo chiamare un medico, quindi dovrai essere tu a
tenere d’occhio la situazione - Liz non diede segno di accorgersi dello
smarrimento della coppia, mentre si dirigeva verso la camera da letto che aveva
preparato. - Qui potete sistemare le vostre cose. La mia stanza è dall’altra
parte del corridoio. Lì c’è il bagno e laggiù la cucina. Non è molto grande
però credo che ci sia spazio sufficiente per tutti, che ne dite? -
Maria scosse la testa con fare sconcertato. - Liz, sicura di sentirti bene?
Dico, stai per avere un bambino e ti preoccupi dello spazio per noi?!? -
Liz si strinse nelle spalle. - Jason sta benissimo, io non vedo l’ora di
stringerlo tra le mie braccia, cosa vuoi di più dalla vita? -
“Max al tuo fianco, forse?” pensò l’amica con una punta di cinismo, poi sembrò
realizzare qualcosa. - Jason? Come fai a sapere che è un maschio? E perché
Jason? -
- Che sia un maschio me l’ha detto lui, a volte riesco a sentirlo, e Jason
perché… - Liz sembrò perdere per un attimo la sua sicurezza ma si riprese
subito. - è un nome che sarebbe stato bene a Max, così ho deciso di darlo a suo
figlio -
A quelle parole Michael sbuffò. “Ma senti tu che roba! E quello sciagurato non
ha mai dato notizie di sé…”
All’improvviso Liz si piegò su se stessa gemendo. - Accidenti, questa è stata
forte! - mormorò faticosamente, poi andò a sedersi sul letto. - Scusate, ma
temo proprio… - Un’altra fitta le fece serrare le labbra per non gridare. -
Maria, aiutami, ti prego… Lì, nel primo cassetto, ho preparato lenzuola e
asciugamani: prendili, per favore… Michael, ti spiace venire vicino a me? Mi
sentirò più tranquilla se tieni le mani sulla pancia per controllare che vada
tutto bene… -
- Che cosa?! - Sconvolto, il giovane si precipitò in bagno per lavarsi
vigorosamente le mani poi si tolse la maglietta e ne indossò una pulita. - Max,
questa me la paghi! - disse furibondo prima di tornare da Liz e fare quello che
le aveva chiesto.
Nel frattempo Maria aveva disteso una montagna di asciugamani sotto il corpo di
Liz e la stava incitando a respirare con regolarità. - Sembra che sia una cosa
molto importante… - diceva mentre asciugava il volto sudato dell’amica. -
Sicura di stare bene in questa posizione? -
- Sì - Liz aveva poggiato la schiena contro la testiera e si sforzava di
controllare il respiro ma il bambino premeva per uscire e il dolore le
strappava grida soffocate facendo trasalire ogni volta Maria, che non sapeva
più cosa dire o fare.
- Oddio, credo di vedere la sua testa! Michael, ti prego, senti se sta bene! -
All’esclamazione di Maria il giovane pose una mano sullo stomaco di Liz e si
concentrò per seguire i movimenti del piccolo. - A me sembra tutto a posto… -
mormorò guardando disperato Liz. Aveva una paura folle di quello che stava per
succedere e tremava all’idea che qualcosa potesse andar storto ma Liz sembrava
riporre la massima fiducia in lui ed in Maria.
Poi, con un’ultima spinta, Jason venne alla luce e Maria si affrettò ad
avvolgerlo in un lenzuolo morbidissimo per pulirgli il visetto rosso e
grinzoso. - Forse è meglio lavarlo! - disse, poi lo depose sul corpo esausto di
Liz. - Tienilo d’occhio mentre vado a prendere dell’acqua calda… - sussurrò
incapace di trattenere le lacrime alla vista dell’amore sul viso stravolto di
Liz. - E’ bellissimo, sai? - e corse in bagno a prendere tutto l’occorrente.
Quasi senza pensarci Michael passò un dito sul cordone ombelicale del piccolo,
che si staccò lasciando un piccolo incavo sulla pancina del bimbo. - Mi pare
tutto in ordine, tu che ne dici? - disse rivolto a Jason, mentre lo sfiorava
con la mano. - Liz, te la senti di prenderlo in braccio? -
Liz non si fece pregare e tese le mani per afferrare delicatamente il piccolo.
- Oh, Jason, sei davvero bello… - mormorò mentre un sorriso le illuminava il
volto. - Grazie, Michael, sei stato bravissimo… -
Il giovane arrossì imbarazzato poi si avvicinò a Maria per aiutarla con la
vasca ricolma d’acqua tiepida. - Hai pensato proprio a tutto, vedo… - disse
depositando il contenitore sull’apposito tavolino.
- Lo spero davvero! - Liz fece una breve risata. - Su, adesso lavatelo, così
potrò dargli da mangiare… -
Poco dopo, mentre Michael trafficava in bagno con tutto quello che avevano
usato, la ragazza si attaccò il figlio al seno e Maria cercò di pulirla meglio
che poté. - Credo però che ti convenga fare una doccia, appena riuscirai ad
alzarti… Santo cielo, quanto sangue… Ti fa male? - domandò preoccupata.
Liz scosse piano la testa. - No, per niente. Credo che sia tutto merito di
quello che Max e Jason mi hanno fatto… Mi sento benissimo, e mi sembra che per
Jason sia la stessa cosa… Posso sentire quello che prova, sai? Deve avere gli
stessi poteri di suo padre… -
Al pensiero di Max Maria si sedette pensosa sul bordo del letto. - Gli prenderà
un colpo quando saprà di Jason - disse con voce brusca.
L’amica non rispose ma continuò a giocare con i piccoli pugni del bimbo. - E’
nato un po’ prima del previsto però direi che non ne abbia risentito, che ne
dici? -
- Dico che è un bellissimo bambino e che devi essere fiera di te! - Maria si
alzò e le diede un bacio sulla guancia. - Adesso riposate tutti e due mentre
Michael ed io prepariamo qualcosa da mangiare. L’ora di pranzo è passata da un
pezzo e sto letteralmente morendo di fame! -
Grazie alla porta lasciata aperta Liz poteva sentire i familiari rumori dei
piatti e delle pentole e sorrise tra sé. I suoi erano amici davvero sinceri,
che non l’avevano mai abbandonata, ed era contenta che fossero stati i primi a
vedere il suo piccolo Jason… Il pensiero di Max per un attimo le strinse il
cuore ma poi guardò il bimbo placidamente addormentato sul suo seno e si curvò
a baciarlo sulla testolina. “Un giorno il tuo papà tornerà e potrai conoscerlo…
E’ una persona meravigliosa che ha superato tanti pericoli, tanti problemi…
Supererà anche questo e potrà scoprire la bella sorpresa che gli abbiamo fatto,
vero, amore? Ma a proposito di sorpresa… forse sarà il caso che telefoni a
mamma e la inviti a venire qualche giorno qui. Chissà come la prenderà…” Poi
chiuse gli occhi e si addormentò a sua volta.
Maria sorrise intenerita nel vederla così, quando rientrò nella stanza con un
vassoio pieno di cose stuzzicanti da mangiare, e quasi le dispiacque doverla
svegliare.
Nel tardo pomeriggio Liz volle alzarsi per fare la doccia poi si vestì e andò a
sedersi sul dondolo sotto il portico mentre Maria la seguiva tenendo con
precauzione Jason in braccio. - Sei sicura che sia una buona idea? Voglio dire,
hai partorito solo poche ore fa, forse dovresti restare un paio di giorni a
letto… -
- Oh, dai, Maria, ti ho detto che sto benissimo! Guarda, non mi brilla nemmeno
più la pancia! - e si sbottonò la leggera vestaglia di cotone all’altezza del
punto incriminato.
La ragazza guardò perplessa lo stomaco nuovamente piatto e senza più segni
luminosi. - Mm, hai ragione, però restatene tranquilla a goderti il sole e il
tuo bambino: saremo Michael ed io ad occuparci di tutto per il resto della
settimana, che ne dici? -
- Va bene. Domani chiamerò a casa per dire di Jason ai miei, e mi farebbe molto
piacere se restassi nei paraggi. Temo che non sarà una telefonata facile… -
- Vuoi dire che non gli hai nemmeno detto di essere incinta?!? - esclamò Maria
sgranando gli occhi e quasi cadendo a sedere accanto a lei.
- Già. Passami Jason, vuole mangiare di nuovo… -
- E come lo sai? -
- Credimi, sa farmi capire molto bene quello che prova! - disse Liz ridendo
mentre si tendeva a prendere il bimbo poi si girò a guardare incuriosita
l’amica. - Raccontami di te e Michael. Come va la convivenza? -
- Benissimo! - La ragazza s’illuminò in volto e cominciò a parlare con vivacità
di tutto quello che combinavano insieme. - Sai, ha deciso di seguire dei corsi
serali per poter prendere la licenza di investigatore privato. Jim gli ha
raccontato qualcosa del suo lavoro e lui ne è rimasto affascinato. Lo sceriffo
si era anche offerto di pagargli l’iscrizione all’accademia di polizia, dove va
anche Kyle, ma Michael non ha voluto. Non crede sia una buona idea mettersi
così in vista, però in questo modo potrà prendere la licenza e fare più o meno
lo stesso tipo di lavoro… -
- Michael investigatore privato?! - Liz scosse incredula la testa. - Beh, ha
un’immaginazione molto fertile ed è fin troppo sospettoso, ma da qui a fare
l’investigatore… -
- Pensi che non ne sia in grado? - disse piccata Maria.
- No, assolutamente! Anzi, penso che abbia trovato proprio quello che fa per
lui! Solo che mi sembra così strano… Non riesco a credere che sia passato tutto
questo tempo da quando li conosciamo, eppure abbiamo finito il liceo e ora… -
- Ora tu sei una mammina premurosa prossima alla laurea, io ho appena finito i
miei studi e Michael diventerà il miglior detective di Roswell! -
- Hai finito gli studi?! Maria, è fantastico! Congratulazioni! - Liz sorrise
felice all’amica. - Sono davvero contenta! Hai già trovato un impiego? -
- Sì, hanno aperto un piccolo ambulatorio, in ospedale, specializzato in
medicina olica. Sai, comincia ad esserci un mucchio di gente che preferisce
curarsi con la medicina alternativa, così sono riuscita a farmi assumere.
Prenderò servizio a settembre… -
- Bene! -
Continuarono a chiacchierare per un bel pezzo finché Michael si affacciò sulla
soglia di casa e le guardò interrogativamente. - Ancora non avete finito?
Guardate che la cena è pronta e si sta freddando!… -
Avevano appena terminato di mangiare quando qualcuno suonò il campanello.
Domandandosi chi potesse essere a quell’ora Liz depose nel lavandino la pila di
piatti che teneva in mano e andò ad aprire la porta.
- Ciao, Liz, come stai? Ehi, ma non hai più il pancione! -
- Non stavi andando a dormire, vero? -
- No, venite, entrate pure! - La ragazza fece un passo indietro per far entrare
le sue amiche. - Stavo per preparare il caffè: lo prendete anche voi? -
- Sì, grazie -
Mentre entravano in cucina Liz fece le presentazioni. - Charlene e Juliet,
Michael e Maria. Università di San Diego, West Roswell High -
Juliet tese sorridendo la mano verso la coppia. - Allora, cosa ne pensate della
California? -
- Veramente abbiamo visto solo la strada dall’aeroporto a qui. Poi siamo stati
troppo impegnati per avere il tempo di girare - Maria sorrise con dolcezza al
ricordo. - Jason aveva fretta di nascere… -
- Possiamo vederlo? - chiese Charlene guardando Liz con espressione implorante.
- Sì, ma fate attenzione a non svegliarlo, mi raccomando! - Dopo aver dato
un’occhiata al bollitore sul fuoco Liz si avviò verso la sua camera da letto,
dove aveva sistemato il lettino del figlio. Accese l’abat-jour sul comodino e
si chinò sul bimbo. - Ecco qui il mio piccolo Jason… -
- Oddio, ma è bellissimo! - esclamò Juliet con voce soffocata. - E’ un amore… -
Charlene rimase a fissare incantata il neonato. - Complimenti, Liz, è
splendido! -
Liz s’illuminò di orgoglio materno. - Grazie - disse sottovoce, poi spense la
luce e riaccompagnò le ragazze in cucina. - Come mai da queste parti? -
Juliet si sedette e prese la tazza che Michael le mise davanti. - Siamo andate
al cinema e a mangiare qualcosa in quel bar che hanno aperto la settimana
scorsa, hai presente? -
- Sì, è all’incrocio dopo il semaforo, giusto? -
- Già. Poi, visto che non era troppo tardi, abbiamo pensato di venire a
trovarti. Spero di non aver disturbato: in fin dei conti hai partorito da poco…
-
- Dove sei andata? - domandò Charlene.
- Veramente sono rimasta a casa. Mi hanno aiutato loro… - e indicò con un cenno
del capo Maria e Michael.
- Cosa?!? Beh, avete avuto un bel coraggio! -
Maria fece una buffa smorfia. - Puoi dirlo forte… Se ci ripenso mi vengono
ancora i brividi! -
- Dai, Maria, siete stati bravissimi! - Liz sollevò la propria tazza per fare
un brindisi. - A Jason Maxwell Parker Evans! -
Tutti imitarono il suo gesto tranne Michael, che rimase a fissare pensieroso la
tazza che teneva con entrambe le mani. - Allora intendi dargli il suo nome… -
mormorò quasi fra sé, ma Liz lo udì e si fece molto seria. - E’ anche suo
figlio - disse con tono deciso.
- Sei troppo generosa. Al tuo posto lo avrei mandato al diavolo già da un bel
pezzo… -
- Piantala, Michael! Se ci comportassimo tutti come te sarebbe la fine! Cosa
dovrei dire io, allora, con tutto quello che mi hai fatto passare? Non farci
caso, Liz, parla solo perché gli piace sentire la sua voce! - Maria diede
un’occhiataccia al ragazzo. - Bevi quel caffè e stai zitto! -
- Per favore, non litigate, adesso! - Liz si girò verso le sue compagne di
università. - Allora, dove andate per le vacanze? - chiese continuando a
sorseggiare la bevanda ancora bollente.
L’indomani, dopo aver dato da mangiare al piccolo, Liz si sedette sul divano e
prese il telefono. Non aveva alcuna voglia di parlare con la madre ma sapeva di
non poter rimandare oltre. Con un sospiro compose il numero. - Pronto, mamma?
Ciao, spero di non averti svegliata… - Si voltò verso Maria, seduta accanto a
lei, e le cercò la mano. - Senti, mi farebbe molto piacere che venissi qui per
qualche giorno. Può venire anche papà, se lo desidera. E’ da parecchio che non
ci vediamo… - Ascoltò per qualche secondo la risposta poi sorrise con aria
rassegnata. - Sì, lo so, non sono più tornata a Roswell perché avevo molto da
studiare però adesso sono libera e sarei contenta di vedervi... - Tacque di
nuovo e scosse un po’ la testa. - No, mamma, sto bene, solo che non posso
muovermi e vorrei che veniste voi. Devo… devo parlarvi di una cosa molto
importante e… preferirei farlo di persona… Allora, pensate di poter venire? -
Attese mordicchiandosi nervosamente le labbra poi chiuse gli occhi. - Bene, a
lunedì. Grazie, mamma - Interruppe la comunicazione e si lasciò andare contro
lo schienale. - Aiuto… - mormorò, mentre Maria le stringeva le dita gelide. -
Coraggio, sei stata bravissima! Su, smettila di trremare, in fondo era solo una
telefonata! -
A quelle parole Liz tornò a guardare l’amica. - Credo che quando arriveranno
cadrò a terra morta stecchita -
- Non esagerare, adesso… Dai, andiamo a prendere Jason: quel birbante avrà
sicuramente voglia di un po’ d’aria fresca! -
Quando entrarono nella camera da letto di Liz si fermarono di scatto sulla
soglia. Semisdraiato sul letto c’era Michael, che teneva il bambino in braccio
e lo guardava agitare allegramente mani e piedi.
- Michael… - Maria, profondamente commossa, lo chiamò piano per non spaventare
il bimbo.
Il giovane alzò di scatto la testa con aria colpevole. - Scusami, Liz - disse
prima di tenderle quasi a malincuore il piccolo.
- No, continua pure a tenerlo tu. Non ha ancora fame e mi sembra che gli
piaccia stare con te… Vuoi venire fuori? Si sta molto bene sul dondolo… -
Sorridendo riconoscente Michael si alzò badando a non stringere troppo Jason
nel timore di non farlo cadere e seguì le due ragazze sul portico. - E’ davvero
un bellissimo bambino, Liz, ma dovrai stare molto attenta con lui. Nessuno ha
bloccato la sua mente, e nei suoi geni sono impressi gli stessi poteri e la
stessa conoscenza di Max: dovrai insegnargli quanto prima sarà possibile a
gestirli e a non farne uso davanti ad estranei. Ti aspetta un periodo piuttosto
impegnativo… -
- Per ora mi basta superare lunedì, quando verranno i miei genitori - La
ragazza si passò stancamente una mano fra i capelli. - Immagino già i loro
commenti… -
- Adesso preoccupati di Jason, credo che voglia mangiare! - Michael le porse il
neonato. - Hai ragione, sa farsi capire fin troppo bene: ha una forza mentale
incredibile… -
I due giovani si trattennero per tutto il resto della settimana poi salutarono
Liz e Jason e fecero ritorno a Roswell per lasciare il posto ai signori Parker
che, come promesso alla figlia, arrivarono nella tarda mattinata del lunedì
successivo.
Liz indossava un paio di calzoncini corti ed un corpetto allacciato sul davanti
quando aprì loro la porta di casa, e li abbracciò sentendosi tremare per
l’emozione. Non li vedeva da Natale e dovette riconoscere che gli erano
mancati. Indicò subito dove potevano sistemare i bagagli poi li condusse fuori,
sul portico, che dava su un piccolo giardino non troppo curato ma oltre il
quale si poteva vedere l’azzurro dell’oceano. - Quando vi dissi che volevo
cambiare università - iniziò con fare esitante, - non era solamente perché non
sopportavo più di stare in un posto che mi ricordava Max… Il fatto è che… ecco,
io… aspettavo un bambino… - concluse a voce così bassa che per un attimo pensò
che non l’avessero sentita.
A quelle parole sua madre sbiancò e suo padre s’irrigidì. - E Max? - disse con
fare inquisitorio.
- Max è scomparso prima che sapessi di essere incinta. Dopo l’incidente è
rimasto una settimana al campus, poi è partito senza dire a nessuno dove
intendeva andare. Non lo sa neppure Isabel! - Liz si appoggiò contro la
ringhiera e volse il capo in direzione della finestra che corrispondeva alla
sua stanza. - E io non volevo che la sua famiglia sapesse del bambino -
- Perché? - le chiese dolcemente Nancy Parker.
- Perché Jason è mio e di Max. Se un giorno Max tornerà da me troverà anche
lui, ma se per un qualche motivo non dovesse ritrovare la memoria non voglio
che si senta obbligato a sposarmi! Non lo sopporterei… -
- Tesoro, non è facile crescere un figlio da soli, per di più mentre si è
impegnati con lo studio! -
- Cosa dovrei fare, allora? Tornare a Roswell? Lì non c’è l’università, e se
non mi laureo che futuro potrò mai offrire al mio bambino? Qui sto bene, ho
nuovi amici, e ho perfino il permesso di portare Jason con me alle lezioni! -
- Possiamo vederlo? -
La pacata interruzione del padre servì a calmarla. - Sì, certo - Senza
aggiungere altro li condusse fino alla sua stanza e indicò il lettino in cui
dormiva placido il piccolo.
I coniugi Parker fissarono il bimbo con una sorta di reverente stupore poi
uscirono silenziosamente come erano arrivati.
- E’ un bambino splendido e deve avere solo pochi giorni, vero? - osservò sua
madre.
- Infatti. E’ nato mercoledì alle due del pomeriggio, un mese prima del tempo,
ma è andato tutto bene. -
- Lo hai già fatto registrare? -
- Sì. Si chiama Jason Maxwell Parker Evans - fu la risposta un po’ secca di
Liz.
Suo padre sbuffò. - Max Evans… Che cosa ci troverai mai, in lui?… -
La ragazza strinse le labbra per non rispondergli male, poi si avvicinò al
frigo. - Volete qualcosa da bere? - chiese per pura cortesia.
- In quale ospedale sei andata? - le domandò la madre mentre sorseggiava un
bicchiere di limonata.
- Ho partorito qui, con l’aiuto di Maria e di Michael. Non mi ha vista nessun
medico, né prima né dopo. C’è altro che volete sapere? -
La donna guardò perplessa il marito poi di nuovo la figlia. - Noi ci
preoccupiamo per te, cara, e per Jason. Mettere al mondo un bambino non è poi
così semplice… -
- Lo so benissimo! - Liz si sedette tenendo gli occhi bassi. - Il fatto è che
Max, quando mi ha guarita, ha cambiato qualcosa dentro di me e non potevo
permettere che qualcuno lo scoprisse… Ma sto bene, davvero… No, mi manca… mi
manca moltissimo… - Il viso le si rigò di lacrime improvvise. Con un gemito si
portò la mano davanti alla bocca e corse via.
La madre, preoccupata, la seguì ma si fermò sulla soglia della stanza vedendola
inginocchiata accanto al lettino con una mano posata dolcemente sulla schiena
del bimbo. “Liz, tesoro, non sai quanto mi dispiaccia vederti così triste…”
Scuotendo la testa tornò in cucina. - E’ con Jason, adesso. Vorrei tanto
poterla aiutare… -
- Questo può farlo solo Max, ma quel disgraziato sembra sparito dalla faccia
della terra! - L’uomo guardò pensoso fuori della finestra. - Non so che fare -
Nei giorni che seguirono i due cercarono di aiutare la figlia provvedendo alle
mille piccole incombenze quotidiane ma alla fine la ragazza, esasperata, riuscì
a convincerli di essere in grado di cavarsela da sola e assisté con un certo
sollievo alla loro partenza.
Quella notte dormì poco e male e quando infine giunse l’alba si alzò, diede il
latte al figlioletto, lo lavò e vestì prima di prepararsi a sua volta, e si
recò in spiaggia. Data l’ora non c’era nessuno, solo lei e Jason, e i gabbiani
che si rincorrevano sfiorando la cresta delle onde, bianca di spuma.
“Caro diario, ho cercato di ricostruirmi
una vita ma se non fosse per il mio piccolo e adorabile Jason credo che non ce
la farei ad andare avanti… Ogni mattina, quando apro gli occhi, so che se non
ci fosse lui resterei lì, sdraiata, fino a morire d’inedia, ma Jason sembra
sentire che sono sveglia e mi chiama, e allora mi alzo e ricomincio a
respirare, a camminare, a vivere. E ho solo diciannove anni… Oh, Max,
incontrarti e amarti è stato bellissimo, e ti ringrazio per avermi dato questo
angioletto, ma vorrei così tanto averti di nuovo qui, con me… Dove sei, adesso?
Cosa stai facendo?”
Mancava ormai poco più di una settimana alla ripresa dei corsi, e dopo una
semplice telefonata di preavviso Maria si presentò un giorno alla porta di casa
di Liz.
- Maria, sono così contenta di rivederti! - l’accolse sorridendo la ragazza. -
Vieni, stavo cambiando Jason… -
Sedutasi sul bordo del letto Maria seguì interessata l’operazione. - Mm, è
cresciuto un bel po’, sai? -
- Sì, mangia come un piccolo lupo! Dov’è Michael? -
- Sta parcheggiando. Questa volta abbiamo preso una macchina a noleggio
all’aeroporto. Se vogliamo visitare i dintorni, considerato tutto l’occorrente
necessario per questo marmocchietto, abbiamo bisogno di un bel po’ di spazio
così abbiamo scelto una station wagon. Solo che davanti casa tua non c’era
posto… - Sentendo il campanello suonare scattò in piedi. - Eccolo, è tornato! -
e si precipitò alla porta.
Mentre Liz faceva la doccia Maria andò in cucina a preparare il bollitore per
il caffè. Era quasi mezzogiorno e la stanchezza del viaggio cominciava a farsi
sentire. Canticchiando aprì il frigorifero e sorrise soddisfatta nello scoprire
un avanzo di torta alla crema. - Ehi, che meraviglia! - La estrasse con cautela
e cercò un coltello per tagliarla. Mentre posava i piattini sul tavolo sentì
suonare il campanello. - Michael, vai tu, per favore? - disse ad alta voce per
farsi sentire.
- Sì! - Michael, continuando a tenere in braccio Jason intento a giocare con il
colletto della sua camicia, aprì senza chiedere chi fosse e per un attimo
rimase senza fiato. - Oh… - riuscì solamente a dire.
- Michael, chi è? -
Il nuovo arrivato guardò da Maria a Michael. - Congratulazioni… - disse
sorpreso.
Nell’udire una voce sconosciuta Jason si girò verso la fonte e spalancò gli
occhioni scuri sorridendo tra mille gorgoglii, le braccia tese ed i piccoli
piedi festosamente scalcianti.
- Ehi, vuoi venire da me? -
Il bambino si agitò ancora di più nel tentativo di raggiungerlo così Michael si
decise a passarglielo.
Mentre cercava di prenderlo senza fargli del male il piccolo gli posò le manine
sulle guance squittendo felice e un’improvvisa serie di immagini sembrò
esplodergli nella mente, prima fra tutte quella del suo stesso volto. - Io non…
non capisco… -
- Jason è tuo figlio, Max -
Il giovane scosse incredulo la testa. - No, non è possibile… - Sistemò il bimbo
nell’incavo del braccio e con la mano libera gli sfiorò il capo. Di nuovo
immagini di se stesso, e di Liz, Liz che gli sorrideva, Liz che lo guardava
piangendo, che lo stringeva a sé dandogli calore e affetto… E poi di nuovo il
suo viso. Capì che quelli erano ricordi del bambino, cui si sovrapponevano
quelli di sua madre, e sentì il cuore scoppiargli nel petto. Piano piano
scivolò in ginocchio serrando forte il piccolo, che prese a battergli le
piccole mani sulle spalle continuando a scalciare contento. - Oh mio dio… -
- Guarda un po’ chi si rivede… Come hai fatto a trovarci? - Maria,
un’espressione dura sul viso, si avvicinò e lo guardò scostante.
Max alzò lo sguardo su di lei per un attimo, poi tornò a fissare il figlio. -
Avevo bisogno di parlare con Michael e ho chiesto di voi allo sceriffo. Mi ha
detto che forse vi avrei trovato qui -
- Già, forse. Siamo solamente passati a prendere Liz e il bambino: partiamo
domattina. E tu non sei gradito - Senza dargli il tempo di ribattere si girò e
sparì all’interno della casa.
Non appena fu certa che Max non potesse vederla corse in bagno e bussò
freneticamente finché Liz non le ebbe aperto. - Maria, cosa c’è? Sembri
sconvolta! -
- E’ naturale, è appena arrivato Max -
- Come? - La ragazza si strinse l’asciugamano intorno al corpo e dovette
appoggiarsi alla parete per non cadere. - Allora…? -
- No, non ricorda ancora niente. Io… non te l’ho detto prima proprio per
questo… Vedi, lui è tornato a Roswell giovedì scorso. Così, all’improvviso. Io
avevo appena aperto il Crashdown e me lo sono visto lì, sulla soglia.. Giuro
che mi è preso un colpo! - Maria si sedette sul bordo della vasca e riprese il
suo racconto. - Cercava Michael, che non aveva trovato a casa perché il giorno
prima era andato con Kyle a fare una commissione ad Albuquerque, e sperava che
fosse al Café… Beh, sai com’è Max… Non ti dice niente se proprio non è
costretto, e sa mantenere quella faccia così… così impassibile… Insomma non ho
la più pallida idea di quello che ha fatto in tutto questo tempo, so solo che,
quando è tornato, Michael ha passato con lui un giorno intero poi mi ha detto
di chiamarti per organizzare questo viaggio. Io credo che… sia per qualcosa che
gli ha detto Max… -
- Vuoi dire che… - Liz si sentì tremare al solo pensiero. - vuoi dire che ha
paura per me? -
- Oh no, Liz, non volevo dire questo! - Maria balzò in piedi e la strinse in un
abbraccio affettuoso. - No, intendevo dire che forse è meglio che tu non lo
veda! Anche se non si ricorda di te Max non ti farebbe mai del male! Questo lo
sai, vero? -
- Sì, lo so. Maria, ma cosa sta succedendo? -
- Non ne ho idea. Comunque, se vuoi, puoi scoprirlo da te. Ora è di là con
Michael. Ha visto Jason, lo ha preso in braccio… -
A quelle parole la ragazza si liberò di scatto e fece per correre fuori ma
l’amica spinse decisa una mano contro la porta. - Prima però vestiti, mi
raccomando! -
Liz la guardò quasi senza capire, poi sorrise suo malgrado e annuì mentre
usciva in corridoio.
Michael e Max sedevano entrambi sul divano nel soggiorno quando la ragazza li
raggiunse. Per un attimo sentì il cuore mancarle e dovette farsi forza per
continuare a camminare. - Ciao - disse con voce esitante, gli occhi
irresistibilmente attratti dalla figura slanciata del giovane.
- Ciao, non intendevo disturbarti. Non sapevo che vivessi tu in questa casa… -
- Già - Liz comprese il sottinteso e si morse le labbra per non piangere. “Se
lo avessi saputo non ci avresti mai messo piede… Bene, si vede che doveva
andare così…” Si chinò su di lui per prendergli Jason. - Scusami, devo dargli
da mangiare -
- Sì, ha fame… - Max la fissò senza lasciar trasparire nulla delle sue
emozioni. - Puoi sentire i suoi pensieri? - domandò, sentendosi stordire dal
profumo della sua pelle.
- Qualcosa del genere, sì - e senza aggiungere altro tornò in camera da letto.
Mentre si accomodava sulla sedia a dondolo di bambù regalatale dai genitori
ricambiò lo sguardo intento del bimbo. - Sì, amore, è il tuo papà. Hai visto
com’è bello? - Slacciò i primi bottoni del leggero abito a fiori che aveva
indossato solo pochi minuti prima e sorrise con dolcezza mentre una lacrima le
scivolava lungo la guancia.
Di là, nel frattempo, Maria, sedutasi di fronte a Max, era rimasta a guardarlo
gelida. - E dire che una volta la invidiavo per il rapporto che aveva con te…
Povera Liz, non la meriti affatto! -
- Piantala, Maria - Michael le prese una mano e gliela strinse dolcemente. -
Non è colpa di nessuno… E’ stato solo… il destino… -
- Destino! Bah! - La ragazza si sistemò meglio contro la sua spalla e continuò
a fissare Max.
- Avanti, sentiamo, perché hai fatto tutta questa strada per parlarmi? - chiese
Michael.
- Perché non hai acceso il tuo cellulare - Il giovane si curvò in avanti
poggiando i gomiti sulle ginocchia. - Io capisco che tu non voglia più avere
niente a che fare con Antar, però questo non vuol dire che lo si possa
cancellare dalle nostre vite così, come se non fosse mai esistito! Zoltar ci
vuole morti, e sta per mandare una squadra qui, sulla Terra! -
- Accidenti a te, Max!!! - Infuriato, Michael scattò in piedi e cominciò a
camminare nervosamente su e giù per la stanza. - Maledizione, per tutto questo
tempo siamo stati tranquilli, noi qui e loro su quello stramaledetto pianeta!
Ma tu no, non potevi resistere lontano da Tess, così ora siamo in un bel
pasticcio! Pensa cosa faranno a Jason se riusciranno a mettere le mani su di
lui! -
A quelle parole Max si sentì mancare. L’idea del figlio in pericolo di vita per
colpa sua lo sconvolse. - Io… non pensavo… -
- Esatto, non pensavi! - L’amico si fermò a fissarlo con cattiveria. - E dire
che mi lamentavo di te quando eri semplicemente Max Evans!… Come Zan di Antar
sei qualcosa di assolutamente impossibile! Sei più testardo, arrogante e
stupido di quanto lo sia mai stato io in tutti questi anni! Perfino Isabel si
tiene lontana da te! Non capisci che stai facendo del male ad un sacco di
gente? Accidenti, ma cosa bisogna fare per ridarti la memoria? Vuoi un’altra
botta in testa? -
Maria seguiva affascinata la scena. Michael non era mai stato così eloquente,
ed era un vero piacere sentirgli dire a Max tutto quello che lei stessa avrebbe
voluto rinfacciargli fin dal giorno in cui si era svegliato e aveva cominciato
a trattare Liz con ostentata indifferenza.
Profondamente ferito dall’attacco del suo amico Max si alzò a sua volta e senza
dire niente se ne andò.
- Sì, bravo, vattene! Fuggi come un vigliacco! Ma ti ricordi tutte le volte in
cui tu e Isabel mi avete detto di restare e combattere? Beh, adesso sono io a
dirlo a te: resta e combatti! Non c’è bisogno di fare un viaggio di anni-luce,
basta che ti guardi intorno e troverai un mucchio di cose contro cui lottare, e
altrettante per cui farlo! Basta che dia un’occhiata dentro di te, credimi! -
Inseguito da quelle parole durissime il giovane si ritrovò davanti alla porta
della camera da letto di Liz. Trattenendo il fiato fece un passo avanti e la
vide seduta sulla sedia a dondolo, intenta ad allattare il loro bambino. Jason
agitava allegro una manina e lei giocava con le sue dita, mentre un alone
dorato si sprigionava dai punti di contatto. Come ipnotizzato entrò e si mise
in ginocchio accanto a loro, poi alzò una mano e con l’indice sfiorò
delicatamente il minuscolo palmo del figlio. L’alone s’ingrandì, e alzando gli
occhi Max incontrò lo sguardo di Liz. Si fissarono a lungo senza parlare. Nel
velluto scuro delle iridi di Max si leggevano una profonda desolazione e
smarrimento, in quelle della ragazza tenerezza e dolore.
- Mi dispiace, Liz, davvero… - mormorò lui prima di tornare a fissare Jason. -
Io non volevo… - s’interruppe. Non sapeva cos’altro dire. Non voleva… Erano
così tante le cose che non avrebbe voluto e che invece… Se solo fosse stato
possibile tornare indietro… Si curvò per deporre un bacio sulla testolina del
bimbo poi si rialzò e uscì per sempre da quella piccola casa vicino all’oceano.
Continuando a cullare Jason Liz non riuscì a trattenere le lacrime. “Adesso è
davvero finita…”
Un’ora più tardi tornò in soggiorno. Maria si era messa a sfogliare una rivista
mentre Michael guardava la televisione senza seguire i dialoghi, ma entrambi
alzarono gli occhi nel vederla arrivare.
- Non è più necessario partire, credo - disse sottovoce poi andò a sedersi sul
divano. - Michael, ti prego, vorrei che mi dicessi tutto quello che ti ha
raccontato Max… -
Il giovane prese il telecomando e spense la televisione per prendere tempo ma
davanti all’espressione intensa di Liz si passò le mani fra i capelli e diede
un’occhiata a Maria, che ricambiò lo sguardo con aria di sfida.
- Sì, gliel’ho detto io! Santo cielo, si tratta di Max! Come puoi pensare di
tenerle nascosto qualcosa?!? -
Sbuffando Michael sedette più eretto. - Ok. Bene, Max era diretto verso Antar
ma è stato intercettato da una pattuglia di controllo del Consiglio e condotto
su Zoltar. Lì lo hanno rinchiuso in cella senza neppure dargli il tempo di
essere sottoposto al giudizio della corte marziale. Non è entrato nei dettagli,
comunque ad un certo punto è riuscito a scappare ed ha rubato un mezzo con cui
ha raggiunto Antar. Naturalmente si è rifugiato a palazzo, da Tess e Nasedo, ma
alla fine è scappato anche da lì e si è deciso a tornare sulla Terra -
- Non pensi di aver tralasciato qualcosa? - borbottò Maria. - Dille tutto
quello che sai, avanti! -
Il giovane accavallò le gambe e roteò gli occhi. - Uffa… Quando era prigioniero
su Zoltar Max è stato interrogato perché rivelasse dove ci troviamo Isabel ed
io ma è riuscito a non rivelare nulla solo, particolare trascurabile, ha
abbandonato lì l’astronave con i piani di volo ancora in memoria! Poi, su
Antar, all’inizio è stato accolto con tutti gli onori da Nasedo e Tess.
Quell’intrigante è riuscita persino a convincerlo a sposarla, ma alla fine ha
rivelato la sua doppia faccia: il Consiglio le ha concesso pieni poteri e lei
governa insieme a quel mostriciattolo di Nasedo, e non ha mostrato nessuna
intenzione di permettere a Max di dire la sua. La gente è abbastanza
soddisfatta di come vanno le cose, però qualsiasi decisione di una certa
importanza deve essere sottoposta al Consiglio e sembra che Tess non vi ricorra
praticamente mai. Max sospetta che sia legata a doppio filo con Zoltar ma
quando ha cominciato a indagare lei ha contattato May Hornem, l’alter ego del
presidente Volnis. A quanto pare quella vipera non disdegnava la compagnia di
Max, ma nel momento in cui lui è diventato scomodo ha deciso di liberarsene…
Appena gli è stato possibile sottrarsi alla sorveglianza delle pseudo guardie
del corpo che lei gli aveva messo alle costole, è tornato su Zoltar. Non ho
idea di come abbia fatto a recuperare l’astronave, non me l’ha detto, però è
riuscito a rientrare sulla Terra. Si è subito reso conto che la strumentazione
era stata manomessa, il che vuol dire che hanno duplicato i piani di volo per
studiarli. Di conseguenza, c’è da aspettarsi l’arrivo di una squadra di
cacciatori alieni! -
Liz nascose il volto tra le mani. “Max… ha sposato Tess… Ecco perché era così a
disagio…” Fu più forte di lei: prima che Maria potesse fermarla scattò in piedi
e corse via. Senza mai fermarsi arrivò fino alla riva del mare e si lasciò
cadere sulla sabbia. “Oh, Max, come hai potuto…” Si strinse le ginocchia al
petto e scoppiò in un pianto dirotto. Pianse a lungo, fino a sentirsi sfinita,
poi si raddrizzò lentamente. “Terminerò gli studi e dopo tornerò a Roswell. E’
inutile restare qui, tanto i ricordi mi perseguiteranno sempre… ma almeno Jason
potrà vedere suo padre, ne ha tutto il diritto…” Con il dorso della mano si
asciugò rabbiosamente le guance. - Ok, Liz, lo sapevi fin dall’inizio che
innamorarsi di un alieno non era la cosa più intelligente da farsi, ora devi
solo pagarne le conseguenze! - Dopo un ultimo sguardo alla vastità azzurra
dell’oceano girò su se stessa e tornò in casa.
Michael la guardò senza parlare mentre cominciava a radunare tutto il
necessario per accudire Jason per diversi giorni. Maria, invece, si limitava a
seguirla tenendo aperto il borsone in cui infilava man mano confezioni di
pannolini, tubi di crema, bavaglini e tutine. - Questo significa che intendi
partire lo stesso? -
- Perché no? Ormai ho fatto l’idea a questo viaggio, e non voglio perdere
l’occasione di conoscere i dintorni. A parte qualche giro coi miei compagni
prima che nascesse Jason, non mi sono più mossa da San Diego… -
- Bene, ottima idea! Ce l’hai un altro borsone dove mettere i tuoi vestiti? -
- Sì, è sopra l’armadio -
- Ok, vado a prenderlo. Michael aveva pensato di partire verso le nove, che ne
dici? -
- Perfetto! - Liz chiuse la borsa ormai piena e si girò verso l’amica. - Io
andrò avanti anche senza di lui. Ci riuscirò, vedrai! - disse con gli occhi
lucidi.
- Lo so - Maria le sorrise. Sì, Liz era molto forte e ce l’avrebbe fatta. Per
Jason, ma anche per se stessa…
Nei giorni che seguirono andarono a vedere l’osservatorio di Monte Palomar e
poi si spinsero più a nord, fino a Long Beach.
Jason si comportò molto bene, mangiò e dormì regolarmente, senza risentire in
alcun modo del cambio di ambiente, e Maria lo viziò in maniera spaventosa.
Qualche volta Liz sorprendeva lo sguardo meditabondo di Michael sulla sua
compagna quando teneva in braccio il piccolo e un sorriso divertito le stirava
allora le labbra. Chissà, forse non avrebbe dovuto aspettare poi tanto tempo
per diventare zia…
Quando tornarono a San Diego erano tutti molto abbronzati e allegri. Avevano
fatto molte escursioni ed erano perfino andati a fare il bagno nell'oceano con
gran divertimento di Jason, che aveva sviluppato un grande amore per l’acqua.
Michael e Maria, dopo essersi assicurati che Liz avesse tutto quello di cui
poteva aver bisogno, ripartirono per il New Mexico, ed il giorno successivo la
ragazza riprese le lezioni.
Intanto a Roswell i genitori di Max avevano convinto il figlio a tornare ad
Albuquerque con Isabel, che era molto preoccupata per l’atteggiamento del
fratello. Sapere che Liz aveva avuto un figlio da lui l’aveva lasciata
sconvolta, e il fatto che Max avesse sposato Tess non rendeva le cose più
semplici. Quello che però il giovane non aveva rivelato a nessuno era che,
mentre cercava di fuggire dal palazzo in cui vivevano, Tess aveva tentato di
fermarlo temendo che volesse sobillare la gente contro di lei e Max, per
salvarsi la vita, aveva dovuto ricorrere ai suoi poteri: la ragazza era morta
in una vampa di luce che aveva completamente disintegrato il suo corpo.
Né avrebbe mai parlato delle terribili torture che aveva dovuto subire quando
era nelle mani di Hornem, cui era riuscito a sopravvivere facendo ricorso a
tutta la sua energia, torture che lo avevano così indebolito da lasciargli
appena la forza di mantenere la concentrazione necessaria per controllare le
sue funzioni vitali e al cui confronto quelle inflittegli da Pierce erano poco
più che dispetti infantili. La sua mente aveva vacillato più di una volta ma
qualcosa lo aveva costretto a reagire, a lottare, qualcosa di caldo e intimo
cui aveva attinto a piene mani e che aveva creduto gli venisse dalla sua
mancata sposa. Per questo aveva riposto tutta la sua fiducia in Tess e nel suo
tutore, fiducia che pian piano si era sgretolata quando aveva capito il gioco
di quei due. E il dubbio aveva cominciato ad insinuarsi nel suo cuore quando
aveva visto Liz tenere in braccio il loro bambino. Possibile che si fosse
sbagliato fino a quel punto? Possibile che fosse stato il ricordo di Liz, e non
di Tess, a mantenerlo in vita quando tutto gli sembrava perduto? Ma perché non
gli tornava la memoria? Erano trascorsi ormai dieci mesi, questo voleva dire
che non avrebbe mai più ritrovato quella parte della sua vita che, secondo
Isabel, era persino più importante di ciò che Antar rappresentava per tutti
loro? Per adesso, tuttavia, non c’era nulla che lui potesse fare se non tentare
di reinserirsi nella realtà di Max Evans, per quanto estranea gli sembrasse.
Perché non era rimasto nient’altro… Antar non aveva bisogno di lui, il
Consiglio di Zoltar aveva decretato la sua morte e quella di Michael ed Isabel,
e tutto quello che poteva fare era rimanere al loro fianco. Però avvertiva un
profondo senso di perdita e sapeva che sarebbe stato molto difficile resistere
alla tentazione di farla finita.
Isabel aveva cercato più volte di convincerlo a dirle cosa lo tormentasse ma
ogni volta aveva dovuto cedere davanti al suo ostinato rifiuto. - Almeno parla
con Michael! Ti prego, non puoi continuare a tenerti tutto dentro! Ti rendi
conto che hai solamente diciannove anni e un’intera vita da vivere? Ormai sei
qui, sulla Terra, questo è il tuo mondo, e devi fartene una ragione! Smettila
di comportarti come un martire, tu sei un semplice ragazzo, e ora hai un figlio
di cui prenderti cura! Va bene, hai commesso degli errori, ma chi è che non ne
fa? -
Max l’aveva guardata senza dire una parola poi si era messo i libri sotto il
braccio e, alzatosi dalla panchina su cui la sorella lo aveva invitato a sedere
per potergli parlare in tutta tranquillità, se n’era andato verso il dormitorio
maschile. Stavolta il suo compagno di stanza era un ragazzo di origini
messicane molto aperto e gioviale, si chiamava Danny Mendez ed era un genio in
matematica, ma, dopo averlo invitato un paio di volte ad unirsi a lui e ad i
suoi amici, aveva capito che Max desiderava essere lasciato in pace e si era
ritirato in buon ordine.
Il giovane trascorreva molto tempo in biblioteca. Non aveva niente di meglio da
fare così aveva deciso di dedicarsi completamente allo studio. Sapeva che si
trattava di un modo come un altro per riempire il vuoto che sentiva dentro, ma
non aveva voglia di analizzare i suoi pensieri e quindi cercava di concentrarsi
su cose più semplici.
La sorella lo teneva d’occhio con discrezione. Non si fidava della sua aria
tranquilla e indifferente, e faceva di tutto per non lasciarlo troppo tempo da
solo. Finché un giorno lo sorprese intento a guardarsi le mani con aria quasi
di disgusto. - Max, tutto bene? - gli chiese preoccupata.
Lui scosse lentamente la testa. - Isabel, come fai a comportarti così, come una
ragazza qualunque? -
Isabel si strinse nelle spalle e gli sedette accanto. - Anni di esperienza,
immagino, e sapere che non c’è niente che io possa fare per cambiare le cose…
Non so se e quando i nostri nemici ci troveranno, né intendo vivere nel
terrore. Non è stato mai facile, a Roswell eravamo sempre sul chi vive, ma poi
abbiamo imparato a conoscere i nostri poteri, a controllarli, soprattutto
grazie a te, e ho cominciato ad avere veramente fiducia in me stessa. Tu mi hai
aiutato tantissimo e vorrei tanto poterti ricambiare… Non potrò mai perdonarmi
per averti lasciato da solo, ma non me la sentivo di abbandonare tutto questo
per un mondo che aveva già dimostrato di non avere bisogno di noi! Max… davvero
ami Tess? -
- Cosa c’entra questo, adesso? - borbottò Max infilandosi le mani in tasca e
volgendo lo sguardo altrove.
- Tess ha sempre brigato per attirare la tua attenzione, però posso dirti che
se lei ti avesse amato come ti ama Liz non ti avrebbe fatto tanto male! -
- Che vuoi dire? -
- Max, lei ti ha usato fin dall’inizio, lo capisci? Ha cercato di dividerci
mettendoci contro con la storia del destino delle coppie, poi non ha esitato un
momento a restare su Antar per governare in tuo nome, infine ti ha convinto a
sposarla prima di venderti al Consiglio! Ora ha il diritto legale di
rappresentarti e non ha più bisogno di te, così ti ha sguinzagliato dietro i
soldati di Volnis. Sì, in effetti ce n’è abbastanza per giustificare la tua
paranoia ma se non trovi il modo di venirne fuori finirai con l’impazzire… Io
non posso insegnarti come fare, è una cosa che devi trovare in te, e una volta
lo sapevi! Max, maledizione, quando ti tornerà la memoria? - Lo fissò
disperata. Gli voleva un bene dell’anima e desiderava saperlo di nuovo il
ragazzo sereno e dolcissimo che era prima che una stupida partita di basket gli
rovinasse la vita.
- Isabel… - Il tono del giovane era basso, esitante, sofferente. - Ho ucciso
tanta gente per riuscire a liberarmi, prima su Zoltar e poi su Antar… Io… non
posso dimenticare i loro volti, la loro paura… Le mie mani sono sporche di
sangue… Eppure una volta sapevano guarire… Come posso essere cambiato fino a
questo punto? -
Ricordando le parole di Michael la ragazza gli prese le mani tra le sue e lo
guardò negli occhi. - Tu non sei cambiato, Max, è solo che la tua parte umana è
finita in un angolo nascosto della tua mente e non riesce a riemergere… Adesso
è la tua essenza aliena che ha preso il sopravvento, e nessuno può sapere dove
tutto questo ti porterà perché quello che ricordi doveva servirti per vivere e
regnare su Antar, mentre qui le cose sono molto diverse e tu hai dimenticato
questa realtà! Quando la memoria ti tornerà scoprirai il modo per riordinare il
caos che ora provi ma credimi: sei una persona meravigliosa, e se hai ucciso è
stato solo per difenderti… Non devi sentirti in colpa per questo… - Gli
accarezzò gentilmente il dorso delle mani. - Forse dovresti parlare con Liz. Vi
siete sempre capiti così bene… Lei potrebbe aiutarti… -
A quelle parole Max chiuse gli occhi trattenendo a stento un gemito. Come
poteva andare da lei quando sentiva ancora il cuore battergli forte al ricordo
della passione che lo aveva unito a Tess? Forse quella ragazza gli aveva
manipolato la mente, ma ciò non toglieva il fatto che lui aveva diviso il suo
letto, l’aveva sposata, l’aveva uccisa. No, non poteva tornare da Liz… Ma c’era
Jason, suo figlio, e lui desiderava moltissimo rivederlo.
Fu così che verso la fine di settembre, quando la sorella lo invitò ad andare
con lei a Roswell dai genitori, lui declinò l’offerta. - Veramente… pensavo di
andare a trovare Jason -
A quelle parole Isabel sorrise. - Michael mi ha fatto vedere le foto che hanno
fatto al mare: è un bambino bellissimo! Mi piacerebbe molto vederlo, e immagino
cosa direbbe la mamma… Perché non gliene hai ancora parlato? -
Erano in fila a mensa, ed il giovane si chinò in avanti per prendere le posate.
- Ho bisogno di tempo. Ora come ora non me la sento… -
Comprendendo il turbamento che doveva provare per quella situazione così
ingarbugliata la ragazza decise di cambiare discorso. - Ho parlato con Morgan,
poco prima di venire qui: ti saluta -
- Grazie. Come vanno le cose, fra voi due? -
Piacevolmente sorpresa per l’insolito interesse del fratello, Isabel rispose
senza esitare. - Bene, molto bene! Ci è capitato persino di avere… -
s’interruppe di colpo ricordando di trovarsi in mezzo ad una piccola folla e
ridusse la voce ad un sussurro - di avere delle visioni… - concluse guardandolo
significativamente negli occhi.
Lui ricambiò lo sguardo senza capire e la sorella lo fissò costernata. - O mio
dio, non ti ricordi delle visioni? - Si volse per rispondere alla domanda
dell’addetto al bancone poi lanciò un’occhiata a Max. - Adesso non è il caso di
parlarne, ma… Hai da fare, stasera? -
- Certo, come no! Ci sono cinque capitoli di microbiologia che mi aspettano
ansiosi!… - le rispose lui con un certo sarcasmo.
- Ok, allora riprenderemo il discorso dopo cena! - e tese una mano per prendere
il piatto che l’inserviente le stava porgendo.
In realtà dovettero rinviare la chiacchierata a dopo la mezzanotte perché
Patricia, che quel semestre divideva la stanza con Isabel, li aveva raggiunti
al tavolo ed aveva insistito perché si unissero a lei e Tony per andare al
cinema.
Era quindi molto tardi quando i due fratelli, dopo aver salutato gli amici,
s’incamminarono nel parco e sedettero su una panchina, illluminata da una
bellissima luna piena.
Max distese le lunghe gambe ed incrociò le braccia sul petto. - Ok, adesso
parlami di queste visioni - mormorò.
La ragazza s’infilò le mani in tasca voltando il viso per studiare la sua
reazione. - In momenti di forte tensione noi abbiamo delle visioni, questo te
lo ricordi, vero? - e al cenno affermativo del giovane proseguì. - Quando
questi momenti sono… condivisi… anche l’altra persona può averle… E’ successo
con Maria, e soprattutto con Liz. E il fatto che sia capitato anche a me e
Morgan mi rende felice perché significa che il nostro è un rapporto molto
profondo… Certo, sul momento Morgan ne è rimasto sconvolto, però poi si è
abituato all’idea… -
- Di che tipo di visioni si tratta? -
- Di solito immagini del passato. Una volta tu e Liz le avete addirittura
provocate e siete riusciti a rintracciare uno dei due graniliti -
- E come abbiamo fatto a provocarle? - chiese Max perplesso.
Isabel sorrise suo malgrado. - Non avete fatto altro che baciarvi. Ricordo che
avevamo preparato l’appartamento di Michael con tante candele, ma poi arrivò
Maria e vi interruppe sul più bello… -
Max si rabbuiò. “Liz…” Per un momento rivide se stesso con Tess, mentre
facevano l’amore nella loro camera da letto, poi di colpo i capelli della
ragazza divennero scuri, i suoi lineamenti cambiarono, e fu Liz. Con un brivido
si alzò e fece qualche passo in avanti dando le spalle alla sorella. - Perché
ho dimenticato questa vita e ricordo solo l’altra? - domandò con tono
disperato.
- Forse perché lo vuoi - Isabel parlò sommessamente. - Dopo l’incidente,
vedendo che non ti tornava la memoria, ho fatto qualche ricerca su Internet ed
ho letto che l’amnesia può avere un’origine traumatica oppure psicologica. In
questo caso siamo noi stessi a rimuovere qualcosa che ci causa sofferenza.
Forse questo è il modo che, inconsapevolmente, hai scelto per sopravvivere… Tu
hai sempre avuto un forte senso del dovere, che ti ha costretto più di una
volta a fare delle scelte molto difficili, come quella di affrontare un mondo
pressocché sconosciuto per esaudire la richiesta di nostra madre… Non ti sei
mai tirato indietro, sei sempre sembrato così forte, così deciso… Ma
evidentemente il tuo lato umano alla fine ha chiesto il suo prezzo e tu lo hai
pagato facendo una scelta -
- Quella sbagliata, a giudicare da quanto che mi ha detto Michael… - Max si era
voltato di nuovo verso di lei e la guardava negli occhi. - Secondo lui avrei
fatto meglio a dimenticarmi di Antar -
- Hai dato la tua vita ben due volte, per quel maledetto pianeta! - La ragazza
scattò in piedi con un’espressione accorata sul bel viso. - Anch’io ero
desiderosa di tornare sul nostro mondo natale, ma dopo tutti gli intrighi ed il
sangue versato, compreso il tuo, fu chiaro che in realtà quella gente non aveva
davvero bisogno di noi: voleva solo un simbolo, una bandiera da seguire! Tu hai
dato tutto te stesso per Antar! Per questo non volevo che ci tornassi e non ti
ho seguito: io ormai avevo scelto la Terra, e avrei dato non so cosa perché tu
facessi lo stesso! Ma tu sei l’erede al trono, non potevi sottrarti a questa
responsabilità, e alla fine hai dovuto pagare un prezzo altissimo… Hai perso
qualcosa di meraviglioso, che forse non ritroverai mai più… Non importa se
adesso c’è Jason: Liz era parte di te, della tua anima! -
A quelle parole il giovane scosse le spalle esasperato. - Beh, adesso non ci
sono più né Antar né Liz, e questo è tutto! -
Isabel lo fissò negli occhi cercando di capire cosa lui stesse provando davvero
in quel momento. - Sei così triste, amaro… - mormorò infine. - Io vorrei tanto
aiutarti ma non so come… -
Lui accennò un piccolo sorriso. - Non preoccuparti per me, Isabel. Sono
sopravvissuto a tante cose, sopravvivrò anche a questa - Le diede un bacio
sulla fronte poi le volse le spalle e scomparve nella notte.
- Ma no, dai, perché? - Liz sorrise divertita e con una mano si scostò i
capelli dal viso. - Secondo me dovresti andarci! -
Il ragazzo che le sedeva di fronte agitò un dito con espressione furba. - Ah,
Jeannie dovrebbe darti retta più spesso! -
- Sei proprio uno stupido! - La suddetta Jeannie diede una gomitata all’amico
poi, sentendo l’allegro gorgoglio del bimbo semiadagiato nel suo passeggino,
aggiunse: - Senti? Perfino Jason è d’accordo!… -
Mark bevve un sorso di coca cola prima di ribattere. - Lui non conta, è troppo
giovane per capire certe sfumature -
- Lasciagli un po’ di tempo e potrà darti qualche lezione interessante! - Liz
difese il figlio.
Soddisfatta, Jeannie si chinò in avanti e fece il solletico ai piedini di
Jason. - Oh sì, questo piccolino ha uno sguardo molto intelligente! -
Il neonato le sorrise gioioso continuando a ciangottare.
Charlene passò a Liz il contenitore delle patatine. - Pensi di tornare alla
biblioteca nel pomeriggio? -
La ragazza si servì senza farsi pregare. - No, è una giornata troppo bella per
passarla al chiuso, e la ricerca è quasi finita, quindi credo che porterò Jason
in spiaggia -
- Mm, quasi quasi vengo con te, così mi dai qualche consiglio su come vestirmi
stasera! - Jeannie allungò una mano per prendere a sua volta una patatina e,
nel portarsela alla bocca, sgranò gli occhioni blu. - Ehi, guarda che roba!…
Ragazze, giratevi con discrezione: sta passando un tipo assolutamente
fantastico! -
Mark seguì il suo sguardo e fece una spallucciata. - Bah, questione di punti di
vista… -
Mentre Charlene iniziava a voltarsi Jeannie sorrise estasiata. - Sta venendo da
questa parte!… -
Il giovane roteò gli occhi con aria disgustata. - Patetico… - borbottò a mezza
bocca.
- Liz? -
Jeannie spalancò la bocca per la sorpresa, Mark, quasi sentendosi sfidato,
sedette in posizione più eretta, e Charlene osservò il nuovo venuto con
curiosità.
Liz, invece, che non aveva fatto in tempo a girarsi, trasalì e voltò di scatto
la testa in direzione della voce pacata. - Max! - Accanto a lei Jason agitò
felice le braccia e gorgogliò ancora più forte.
Intenerito, Max avanzò verso il passeggino. - Posso? - le chiese dandole un
rapido sguardo interrogativo.
- Sì, certo -
Allora il ragazzo prese il bimbo in braccio e lo baciò sulla testa.
Liz, che si era alzata in piedi sperando nel profondo del suo cuore di essere
abbracciata, si morse le labbra e cercò di nascondere la delusione. - Ciao -
disse piano accennando un sorriso.
Lui si girò a guardarla e sorrise a sua volta. - Ciao. Vorrei parlarti… -
- Sì, certo - Si volse verso gli amici. - Scusate, ci vediamo lunedì mattina -
- Ok, a lunedì, allora! - I tre giovani la salutarono tranquillamente ma sui
loro volti si poteva leggere la perplessità e tre sguardi curiosi seguirono
l’allontanarsi della coppia.
- Pensate quello che penso io? - disse Charlene a bassa voce.
- Cioè che sia il padre di Jason? - Jeannie continuò a fissare la figura di
Max. - Chissà… Hanno gli occhi dello stesso colore, ma potrebbe anche essere
una coincidenza… -
- Liz non ha mai parlato di lui e in casa non ci sono fotografie. Magari questo
Max è solo un amico - Mentre lo diceva, tuttavia, Charlene sembrava la prima a
non credere alle proprie parole.
Mark si adagiò comodamente contro lo schienale della panca. - Se una ragazza mi
guardasse come Liz ha guardato quello là me la sposerei all’istante… -
- Oh! - lo fissò stupita Jeannie.
- Beh, questo non vuol dire niente - obiettò Charlene.
- Scherzi? - Il giovane bevve ancora un po’ di coca cola. - Liz è una ragazza
seria, non flirta con nessuno, non mi sembra proprio il tipo capace di andare a
letto col primo venuto… Secondo me è lui -
- E’ carino… - mormorò Jeannie sognante.
- E’ un bastardo, visto che l’ha mollata - fu la fredda osservazione di
Charlene.
- Sono affari loro. Allora, che si fa? Andiamo in spiaggia? - domandò Mark
cambiando decisamente discorso.
Raggiunto un angolo tranquillo i due ragazzi si sedettero sull’erba. Max guardò
per qualche secondo il bimbo dormire beato tra le sue braccia, ancora incapace
di credere che fosse suo. - E’ molto cresciuto in questo mese… - disse,
parlando piano per non svegliarlo.
- Sì - Liz sorrise suo malgrado. - Cresce giorno dopo giorno, ed è un vero
tesoro… Tornerò a Roswell, quando avrò finito gli studi, così potrai vederlo
ogni volta che vorrai. Ha bisogno di te, e tu hai bisogno di lui -
Il giovane cercò i suoi occhi. - Come stai? -
Lei contrasse il viso per la sofferenza. - Bene, grazie -
- Isabel pensava di venire, desidera vedere Jason, ma poi ha preferito rinviare
ad un’altra occasione… Comunque ti manda i suoi saluti… -
Liz fece un cenno col capo, incapace di parlare. “Oh, Max, ho un tale desiderio
di toccarti, di baciarti… E’ così difficile starti vicino e non potere… Ti
prego, abbracciami! Ti prego!…” Poi abbassò lo sguardo sull’anello che non si
era mai tolta dall’anulare sinistro e inghiottì convulsamente per trattenere le
lacrime. - E i tuoi genitori? - chiese sottovoce.
- Stanno bene. Loro… - Il viso di Max era impenetrabile - non sanno ancora del
bambino. Non gli ho detto nulla di tutto quello che è successo… Io… E’
difficile parlarne -
- Vorrei poterti aiutare… - La ragazza lo fissò con un’espressione colma di
rimpianto. - Mi dispiace vederti soffrire - aggiunse talmente piano che lui
quasi non la udì.
“Ti dispiace? Sì, forse è vero… sembri così serena, forte…” Il giovane la
guardò di sfuggita prima di tornare a concentrarsi sul bambino addormentato.
- Ho saputo da Maria che sei tornato all’università -
- Sì, infatti -
La laconica risposta di Max fece rabbrividire Liz. “Non ce la faccio… No, non
ce la faccio più!” - Scusa, devo andare - Prese la borsa abbandonata sull’erba,
si alzò e tolse dalle braccia del ragazzo Jason per adagiarlo delicatamente nel
passeggino.
- Aspetta, ti accompagno! - Max si alzò a sua volta e fece un passo verso di
lei, che però arretrò di scatto. - No, ti prego! - Con gesto meccanico si
ravviò i capelli dietro l’orecchio. - Io… lo so che non è colpa tua ma… cerca
di capirmi! Tu… mi hai salvato la vita… mi hai amato come non avrei mai osato
sognare di essere amata… avevamo progettato di sposarci… e adesso non è rimasto
più nulla. Quando ti ho visto arrivare, prima, per un attimo ho sperato che tu…
Ma si vede che Tess aveva ragione: il nostro destino non era quello di stare
insieme, e alla fine ha vinto lei! - Chinò lo sguardo sul figlio. - Ti ho detto
che potrai vederlo quando vorrai, è giusto così, però… per favore… non oggi… -
Mordendosi nervosamente le labbra afferrò le maniglie della carrozzina e la
sospinse verso il sentiero voltandogli le spalle.
Il giovane rimase a guardarla allontanarsi, troppo sorpreso per accennare a
trattenerla o seguirla. Quella mattina si era alzato all’alba per poter
prendere il primo aereo diretto in California, sentendosi insolitamente
emozionato all’idea di stringere di nuovo il corpicino caldo e soffice di suo
figlio, e poi, quando aveva visto Liz seduta coi suoi amici, aveva provato una
strana sensazione. Ne aveva osservato la linea dritta delle spalle, i capelli
lisci sparsi sulla schiena e la vita sottile, e per un istante gli era sembrato
di ricordare le proprie mani strette intorno ai suoi fianchi. Era stato solo un
attimo, che gli aveva lasciato un senso di vuoto e solitudine. E nel vederla
andarsene sentì che era ormai troppo tardi per lui. Troppo tardi per tornare su
Antar, troppo tardi per una vita normale sulla Terra. Non vedeva un futuro per
lui, si sentiva inutile e fuori posto. Chiuse gli occhi, e l’improvviso ricordo
di Isabel e Michael, entrambi feriti, fra i detriti che ancora sfregiavano
l’orgogliosa capitale del loro mondo d’origine, gli attraversò la mente. Sentì,
come allora, l’energia fluire attraverso le mani per ripristinare l’integrità
delle cellule morte, ed emise un profondo sospiro. “Mi sono rimasti soltanto
loro… Non posso imporre la mia presenza a Liz, e Jason adesso ha più bisogno di
lei che di me…” A passi lenti s’incamminò in direzione dei cancelli del campus,
poi prese un taxi e si fece portare all’aeroporto.
Arrivò ad Albuquerque in serata, si ritirò in camera senza neppure cenare, e si
mise a letto sforzandosi di rilassarsi per poter dormire un poco. Si sentiva
distrutto e tutto quello che voleva era l’oblio del sonno.
Era notte fonda quando si svegliò di colpo, madido di sudore e con il cuore che
batteva all’impazzata. Aveva sognato di fare l’amore con Liz, poi un guscio
intorno a lui si era disintegrato in mille frammenti, aveva visto il proprio
viso riflesso negli occhi scuri di Liz sdraiata in una culla di luce, ed infine
Tess immobile nel vasto corridoio antistante la loro camera da letto con una
pistola puntata dritta al suo cuore. “Maledizione, Tess, sono stato così
stupido, così cieco… Come ho fatto a non capire subito… Michael non sbagliava
quando ha detto che sono arrogante… io… penso di avere sempre ragione… e
invece…” Si voltò sul fianco e guardò il buio oltre la finestra accanto al suo
letto. Rimase in quella posizione fino al sorgere del sole, allora si alzò e
andò in bagno per prepararsi, dopodiché andò a studiare in biblioteca.
Fu lì che lo trovò la sorella, rientrata da Roswell nel primo pomeriggio. - Non
so perché non sia sorpresa di trovarti qui… - lo salutò allegramente a bassa
voce, per quanto in quel momento la sala di lettura fosse vuota.
Max alzò su di lei uno sguardo inespressivo.
- Come stanno Jason e Liz? - disse ancora Isabel sedendosi accanto a lui.
- Bene. E a Roswell? -
- Tutto a posto. Papà e mamma ti mandano i loro saluti, e sarebbero felici di
rivederti. Ti saluta anche Michael -
Max fece un sorrisetto ironico. - Davvero? Allora c’è ancora qualche speranza
per me? -
- Cosa vuoi dire? -
- Che posso ritenermi perdonato per aver combinato un disastro dopo l’altro,
almeno mi auguro… -
La ragazza spalancò gli occhi per la sorpresa. - Max! Non c’è niente da
perdonarti! Anzi, al contrario, dovresti essere tu a perdonare noi per averti
lasciato andare da solo! Se non altro non avresti sposato Tess… -
Max chiuse lentamente il libro che aveva davanti. - Io… non ho avuto nessuna
visione quando ho fatto l’amore con lei… - disse piano, ma Isabel lo sentì e lo
abbracciò stringendolo forte. - E’ un buon segno! -
Nei giorni che seguirono il giovane si dedicò totalmente allo studio nel
tentativo di combattere l’apatia che minacciava di inghiottirlo ogni volta che
si soffermava a pensare al futuro, poi il sabato mattina prese il suo zaino e
raggiunse la sorella, che lo aspettava davanti al dormitorio femminile, per
andare con lei in aeroporto.
Quando fu di nuovo davanti alla graziosa villetta in cui era stato accolto da
bambino si sentì profondamente a disagio. Non era facile per lui trovarsi lì,
si sentiva quasi un intruso, eppure gli Evans erano i suoi genitori adottivi,
conoscevano la sua vera identità, sapevano che non ricordava ancora nulla degli
anni vissuti con loro, non doveva fingere che fosse tutto normale… Ma aveva
deciso di parlargli di Jason e la sola idea bastava a riacutizzare la pena.
Terminato il pranzo la famiglia si trasferì in salotto per prendere il caffè e
Max, dopo aver lanciato un rapido sguardo alla sorella, raccontò del bambino
che Liz aveva avuto da lui.
Diane Evans, come previsto da Isabel, si commosse fino alle lacrime all’idea di
un nipotino, ma il giovane si affrettò a precisare la situazione. - Aspetta… -
Non riusciva a chiamarla “mamma”, non ancora, ma non voleva neppure ferirla
usando il nome di battesimo così si rivolse a lei in modo impersonale che,
tuttavia, colpì dolorosamente la donna. - io non posso portare qui Jason, è
troppo piccolo ed ha bisogno di Liz. E lei non se la sente di venire… -
- Potremmo andare noi a San Diego! - propose lei guardandolo speranzosa.
- Non è così semplice - Il giovane la fissò negli occhi. - Non ho alcun ricordo
della relazione che ho avuto con lei, e su Antar ho sposato Tess -
- Tess?! Quella ragazza bionda tanto carina amica di Isabel? -
- Sì, mamma, proprio lei - annuì Isabel.
- Oh santo cielo!… -
- Già - La ragazza guardò la madre con espressione esasperata. - Quando c’è di
mezzo Liz Max riesce a combinare solo grossi pasticci! -
- Relazione? - s’intromise il signor Evans fissando con una certa durezza il
figlio. - Tu amavi alla follia quella ragazza, e ora parli di relazione? -
- Caro, lui ha dimenticato tutto, cerca di capirlo… -
- E questa Tess? E’ rimasta su Antar? - chiese l’uomo.
Max incrociò le braccia sul petto. - Sì -
- E’ tua moglie e l’hai abbandonata così, senza un motivo? Perché non è tornata
insieme a te? -
Isabel si volse verso il fratello. “Coraggio, Max, dillo, di’ tutto, e dopo ti
sentirai meglio…” pensò con affetto.
Ma il giovane non sembrava dello stesso parere. Si alzò di scatto dalla
poltrona e si avvicinò alla finestra. Guardò distrattamente fuori per qualche
secondo prima di tornare a voltarsi verso di loro. - Quando Antar è diventato
un pianeta federato di Zoltar e noi siamo stati esiliati lei è rimasta per
guidare la nostra gente. Aveva promesso che avrebbe vegliato sul corretto
comportamento di Volnis e del suo Consiglio, invece ne è divenuta una preziosa
alleata ed ha ottenuto la massima libertà d’azione. Quando sono arrivato io ha
cercato di capire se sarei stato dalla sua parte, ma quando si è resa conto che
non avrei mai consentito a reggere il suo gioco mi ha venduto a Zoltar. Non so
ancora come sia riuscito a fuggire… -
- E adesso? -
- Adesso Antar è a tutti gli effetti un mondo federato, senza inutili simboli a
guidarlo - fu la secca risposta del ragazzo.
- Che cosa intendi dire? Che fine ha fatto Tess? - domandò perplessa Isabel.
- Non voglio parlarne -
- Ah, no! Non puoi pensare di cavartela così! - Phillip Evans agitò un dito
nella sua direzione. - Hai lasciato nei guai Liz Parker, non voglio che tu
faccia lo stesso con tua moglie, anche se ti ha tradito! -
Gelidamente infuriato per quell’insistenza il giovane fece per uscire dalla
stanza.
- Max! -
Il richiamo stridulo, angosciato di sua madre lo bloccò ad un passo dalla
porta. Lentamente si volse e cercò i suoi occhi. - Tess non era incinta quando
l’ho uccisa mentre stava per spararmi -
Senza fiato per lo stupore la donna cercò di alzarsi per andare da lui ma
ricadde senza forze sul divano.
Fu Isabel che, pur sconvolta da quella rivelazione, si slanciò fuori della
stanza e su per le scale fino alla camera del fratello. - Max! Apri! Per
favore! - gridò bussando freneticamente, poi toccò la serratura e senza
attendere oltre spalancò la porta. - Max! - Corse verso il giovane sdraiato sul
letto. Aveva gli occhi chiusi e una mano abbandonata sul cuore, le dita ancora
illuminate da un fioco bagliore. - Accidenti, Max, smettila! - esclamò
allontanando con un brusco gesto il braccio dal torace. - Max… - ripeté
disperata sfiorandogli il viso. Scese fino al collo e sentì il sangue pulsare
debolmente. “Sia ringraziato il cielo!” Pose la propria mano sul suo cuore. “Il
battito è irregolare…” - Max, svegliati! Rimetti tutto a posto, ti prego! -
Al suono della sua voce Max riaprì gli occhi e la guardò con espressione
infinitamente stanca. - Lasciami andare… - sussurrò.
- No, mai! Sei mio fratello, e ti voglio troppo bene per permetterti di fare
una simile sciocchezza! - Lo scosse con forza. - Avanti, rimetti tutto com’era!
-
- Sei… insistente… - mormorò lui stirando le labbra nell’ombra di un sorriso.
- Non sai ancora quanto! Forza, ripara quello che hai rotto! -
Con una smorfia Max si concentrò e dopo una manciata di secondi emise un
profondo sospiro. - Soddisfatta? -
- Sì! Certo che sono soddisfatta, accidenti a te! - Tremando per l’emozione la
ragazza gli si sdraiò accanto e lo abbracciò. - Mi farai venire i capelli
bianchi… - disse sorridendo fra le lacrime.
- Non sia mai - fu il commento di Max, che girò la testa per baciarla sulla
fronte. - Non credo che Morgan me lo perdonerebbe… -
- No, penso di no - Isabel tirò su col naso e gli si strinse maggiormente
contro. - Adesso cerca di riposarti. Ne hai bisogno… - A poco a poco sentì il
corpo del fratello rilassarsi. - Ti sei tenuto dentro una cosa del genere per
tutto questo tempo… Dev’essere stato terribile… Posso fare qualcosa per te? -
Max chiuse gli occhi sospirando. - No, ci vuole solo tempo. Tempo perché anche
questi ricordi sbiadiscano… -
- Non avrei mai creduto Tess capace di tanto… Sembrava che ti amasse davvero… -
- Sì, a modo suo. Finché fossi stato come voleva lei. Poi non ha avuto alcun
problema a decidere di liberarsi di me -
- Cos’hai provato, quando hai scoperto la verità? -
Il giovane scosse lentamente il capo. - Non saprei dire con esattezza… Forse,
in fondo, mi aspettavo qualcosa del genere… Però mi ero affezionato a lei, e
quando l’ho vista puntarmi contro quella pistola mi sono sentito… terribilmente
disilluso… Mi ha sparato contro e ho dovuto difendermi, poi non ho più avuto la
possibilità di soffermarmi a ripensarci… - Tornò a guardare la sorella,
un’espressione perplessa sul viso. - Continuo a non capire perché non riesca a
ricordare gli anni trascorsi qui a Roswell, in fin dei conti la vita di Zan è
stata un susseguirsi di lotte, fughe, e morti… Liz mi è sembrata una ragazza
dolcissima, è molto bella, e merita un po’ di felicità dopo tutta la sofferenza
che le ho causato… Stando a quello che sia voi che lei mi avete detto il nostro
era un grande amore… Allora perché l’ho dimenticato? -
- Forse è un tentativo inconscio di proteggerla, e di proteggerti. Stare vicino
a noi non è facile, a volte si è rivelato molto pericoloso. E poi questo tuo
senso del dovere verso Antar, che ti ha attirato contro l’intero Consiglio di
Zoltar… Tu non sei mai riuscito a stare lontano da Liz fisicamente, così hai
scelto quest’altro modo… - Isabel reclinò la testa all’indietro per guardarlo.
- Ma a quanto pare la cura si è rivelata peggiore del male -
- Sembrerebbe proprio di sì… - Max si coprì il volto con il braccio. - E ora è
troppo tardi per tutto -
- Non è mai troppo tardi… - lo corresse lei. Rimase sdraiata al suo fianco per
qualche minuto poi decise che era meglio lasciarlo solo. Amava profondamente
Morgan, certo, ma quella vicinanza, l’atmosfera di intimità dovuta alle
confidenze, il lento respiro di Max le stavano causando un certo disagio. Si
sollevò allora su un gomito e lo guardò con tenerezza. - Io torno di sotto, tu
cerca di dormire un poco, va bene? -
Lui abbassò il braccio e la fissò negli occhi, consapevole del suo turbamento.
- Sì, d’accordo - rispose accennando un sorriso.
Rimasto solo si volse prono, lo sguardo attirato dalla foto incorniciata sul
comodino che lo ritraeva abbracciato a Liz. “Chi sei?” Sentì un brivido
corrergli lungo la schiena, allora abbassò con rabbia la fotografia per non
vederla più e si mise a sedere sul letto circondandosi le gambe con le braccia
per riflettere. Dopo un po’ prese la giacca e lasciò la stanza. Incontrò il
padre ai piedi della scala ma non rallentò il passo. - Ciao, vado a fare un
giro - disse semplicemente dirigendosi verso la porta d’ingresso.
L’uomo lo seguì pensoso con lo sguardo. “Oh, figlio mio…” Scosse piano la testa
e si diresse in cucina dalla moglie.
Una volta fuori di casa il giovane s’incamminò verso il Crashdown. Il locale
era piuttosto lontano ma aveva voglia di camminare, di distrarsi un po’, e non
si accorse dei due uomini che ad un certo punto cominciarono a seguirlo.
Impiegò una buona mezz’ora per arrivare al Café e non appena si fu seduto ad un
tavolo arrivò Michael con una caraffa e un barattolo di zucchero. - Tieni, hai
una faccia! -
Il giovane sorrise suo malgrado servendosi abbondantemente. - Grazie, sì, avevo
proprio bisogno di caffè… - Bevve una lunga sorsata poi guardò l’amico. -
Allora? -
- Allora dimmi tu - Michael si sedette di fronte a lui incrociando le braccia
sul tavolo. - Poco fa ho ricevuto una telefonata di Isabel. Ti ha visto uscire
di casa da solo e si è preoccupata. Mi ha detto di Tess. Un bel casino… Senti,
capisco che questo sia un brutto momento per te, ma non mi sembra il caso che
ti danni l’anima per quello che è successo su Antar! Ormai è andata, non puoi
farci più niente, e poi si trattava della tua vita contro la sua! Diamine,
quella lì aveva creato guai da quando era arrivata a Roswell! E a proposito di
guai… - abbassò ulteriormente la voce piegandosi verso di lui - in città ci
sono facce nuove… Secondo Valenti non sono federali, non ne hanno l’aria, e io
temo che… Ecco, ne sono entrati due proprio adesso - Si alzò in piedi imitato
da Max ed entrambi rimasero per un attimo immobili nel vedere i nuovi arrivati,
i cui volti si girarono verso di loro come se avessero saputo di trovarli lì
ancora prima di varcare la soglia.
I due uomini estrassero contemporaneamente le mani dalle tasche del cappotto
mostrando l’arma che vi tenevano nascosta e Michael, con un’imprecazione, si
tuffò a terra per non essere colpito. “Dannazione, lo sceriffo aveva ragione,
questi qua non sono dell’FBI!”
Per fortuna in quel momento non c’erano altri clienti così nessuno vide le
sfere luminose scaturire dalle mani di Max e proiettarsi contro i due, che
crollarono al suolo senza un grido.
Con fare assente Max si sfiorò il fianco e la ferita causatagli dall’unico
colpo esploso contro di lui scomparve, poi si avvicinò alla porta chiamando
Michael. - Vieni, aiutami a toglierli da qui -
- Sono alieni, vero? - chiese il ragazzo prima di sollevare uno dei corpi
gettandoselo di traverso sulla spalla.
- Già - Max prese le armi semidistrutte dalla scarica di energia che aveva
tramortito i loro proprietari. - Queste sono pistole della guardia di Zoltar.
Ok, portiamoli dallo sceriffo: dobbiamo farci dire un po’ di cosette… -
- Cioè… - Michael era stupito. - non sono morti?!? -
- No, ho usato un livello di potenza sufficiente a stordirli -
- Beh, complimenti! Io non sono mai riuscito a controllare l’emissione di
energia… - Attese che l’amico si caricasse l’altro uomo poi fece un cenno col
capo. - La jeep è parcheggiata sul retro -
- Ok -
Mentre uscivano Michael intravide una delle ragazze di turno nel pomeriggio. -
Sarah, devo uscire, ma tornerò fra una mezz’ora! - gridò defilandosi prima che
lei potesse vederlo.
Arrivati davanti all’ufficio dello sceriffo il giovane scese dalla vettura e
andò ad avvertire Valenti, che li fece passare dall’entrata di servizio e li
aiutò a trasportare in cella i due prigionieri senza attirare sguardi
indiscreti.
- Chi sono? - chiese alla fine.
- Alieni. Sono stati mandati sulla Terra per eliminarci - Max si appoggiò con
la schiena alla parete opposta, lo sguardo fisso ai corpi adagiati sul
pavimento spoglio dietro le sbarre. - Michael ha detto di avere visto gente
nuova in giro. Dobbiamo sapere se si tratta di altri come loro oppure no -
Lo sceriffo si grattò il mento riflettendo. - Beh, non è tanto semplice… Il
prossimo fine settimana, in concomitanza con la festa di Halloween, ci sarà
un’edizione straordinaria del Crashfestival, quindi puoi immaginare quanti
turisti arriveranno… Potremmo provare ad interrogarli ma dubito che otterremo
qualcosa. Immagino che siano addestrati a resistere a tentativi del genere -
- Sì, forse, ma con un po’ di aiuto… - Max socchiuse gli occhi concentrandosi e
nella sua mano destra apparve un granilite. - Michael, vieni - Toccò la
serratura e la porta della cella si spalancò davanti a lui sotto lo sguardo
sbigottito di Jim Valenti.
Mentre Michael teneva d’occhio i due alieni che stavano cominciando a
riprendersi, Max si sedette a gambe incrociate davanti a loro e li fissò
intensamente.
Lo sceriffo, preoccupato per l’incolumità dei due ragazzi, estrasse la pistola
e tolse la sicura. “Avranno pure dei poteri straordinari ma preferisco non
correre rischi…”
Di lì a poco Evans si rialzò, le labbra stirate in un sorriso gelido. - Ok,
possiamo andare -
In preda alla rabbia un uomo si frugò furtivo dietro la schiena e tirò fuori
una minuscola arma, subito imitato dal compagno.
Con un’esclamazione d’allarme Michael lanciò una scarica di energia che uccise
entrambi gli alieni.
- Grazie - disse Max mentre il granilite si smaterializzava tra le sue mani.
- Figurati! - Michael emise un profondo sospiro. - Allora? Cos’hai scoperto? -
- Ce ne sono altri otto. Due a Roswell, tre ad Albuquerque e tre a Phoenix -
- Tess aveva informazioni vecchie, eh? - dedusse il ragazzo.
Max non rispose ma si voltò e uscì dalla cella.
- E adesso cos’avete intenzione di fare? -
- Eliminarli - Il giovane socchiuse gli occhi concentrandosi e, dietro di lui,
i due cadaveri si dissolsero in una nuvola di luce. - Senza lasciare tracce -
precisò.
L’uomo rimise la pistola nella fondina. - Non puoi andare in giro ad ammazzare
la gente, Evans! -
- Sono soldati scelti, sanno cosa rischiano, e vanno fermati prima che uccidano
qualcuno. Io posso guarire ferite anche mortali, ma non posso essere ovunque. E
non voglio che qualche innocente ci vada di mezzo -
- Stai pensando a Liz e Jason? - chiese Michael a voce bassa.
Max serrò la mascella ma non replicò e, reclinato il capo in segno di saluto
verso Valenti, lasciò i locali della prigione.
- A presto, sceriffo, e grazie per la collaborazione - Michael sorrise all’uomo
e si affrettò a seguire il suo compagno.
Quando ebbe parcheggiato di nuovo sul retro del Crashdown, il giovane spense il
motore. - Intendi giocare al vendicatore solitario? - E dato che l’amico non
rispondeva insisté. - Guarda che la cosa ci riguarda tutti, quindi dobbiamo
avvertire Isabel e muoverci insieme! -
- E intanto loro capiranno di essere stati scoperti e si nasconderanno, e noi
saremo nei guai -
- Ho capito. Bene, aspettami, torno fra un minuto! - Così dicendo Michael
estrasse la chiave dal quadro e scese dalla jeep. Entrato nel locale andò dal
signor Parker e lo avvertì che doveva prendersi un paio di giorni di permesso
poi telefonò a Maria, le spiegò sommariamente che doveva partire con Max per
una questione urgente e le chiese di avvertire Isabel. - Dovremo andare ad
Albuquerque e a Phoenix ma saremo di ritorno molto presto. Ciao, Maria, ti amo
- Senza lasciarle il tempo di protestare riattaccò il ricevitore e tornò da
Max. - Fatto! Ora possiamo andare! -
Scuotendo la testa il giovane sprofondò nel sedile della vettura. - Va bene,
allora prendi la Main e poi gira a destra. Sono al civico 192 -
L’operazione si svolse senza alcuna difficoltà. I due alieni, colti di
sorpresa, non ebbero il tempo di reagire e Max li uccise senza alcuna
esitazione, poi disse a Michael che la tappa successiva sarebbe stata Phoenix.
- Perché non li hai interrogati? - cercò di protestare Michael, colpito dalla
fredda determinazione con cui aveva agito.
- Il loro comandante è a Phoenix. Solo lui può sapere qualcosa di più -
- Allora faremmo meglio a prendere l’aereo. In macchina ci vorrà un sacco di
tempo… -
- Non ce ne sarà bisogno. Appena fuori dalla città vai alla caverna -
- Intendi usare l’astronave?!? Sei impazzito? -
- Non mi serve l’astronave, ma ho bisogno di entrambi i graniliti e tanto vale
prenderli direttamente -
- Cosa devi farci? -
- Vedrai - Max fece uno strano sorriso. - Ti insegnerò un piccolo trucco… -
Meno di un’ora dopo si trovarono all’interno dell’astronave e Max diede a
Michael un granilite. - Tienimi per il braccio e concentrati più che puoi. Tu
non conosci Phoenix così dovrai mantenerti in contatto mentale con me
altrimenti rischierai di finire chissà dove! -
- Dov’è il loro nascondiglio? -
- A due isolati dall’università. Io posso visualizzare l’ingresso del campus,
tu no, quindi stai attento a non perdermi -
- Puoi contarci… - Un po’ preoccupato il ragazzo fece come gli era stato
spiegato, chiuse gli occhi per concentrarsi meglio, e si sentì percorrere da
una scarica di energia.
- Siamo arrivati, puoi lasciarmi il braccio - disse Max con il riso nella voce.
Michael lo guardò truce. - Non so perché ma ho la netta sensazione che, anche
se avessi conosciuto questa città come le mie tasche, non avrei mai potuto
teletrasportarmi da solo… Ho ragione? -
Max si strinse nelle spalle. - Io so di poterlo fare. Ma adesso muoviamoci! -
Si allontanarono prima che qualcuno potesse accorgersi della loro presenza e
giunsero davanti alla casa dentro cui si nascondevano i tre soldati di Zoltar.
I due amici si guardarono negli occhi capendosi al volo. Immobili, protetti
dall’ombra del maestoso albero del cotone che torreggiava nel giardino,
monitorarono l’interno e avvertirono la presenza di due uomini.
- Sbrighiamoci, voglio sistemarli prima che torni l’altro - Max indicò la porta
poi vi si diresse correndo e l’aprì senza far rumore.
- Aspetta, come facciamo a riconoscere il capo? - bisbigliò Michael.
- Sarà quello con l’aria più intelligente. Ma insomma, che ne so? - Il giovane
spalancò cautamente l’uscio ed entrò. Non fece in tempo a raggiungere
l’estremità del corridoio quando Michael lo vide alzare la mano destra ed
emettere un lampo di luce. Si affrettò verso di lui e guardò i due corpi
esanimi. - Allora? -
- E’ quello lì - Indicò l’uomo più anziano e gli si accovacciò accanto. - Tieni
d’occhio la strada, non vorrei che il terzo ci arrivasse alle spalle… -
- Ok - Michael tornò correndo verso l’ingresso, chiuse la porta e si appostò
vicino alla finestra.
Poco dopo Max fu di ritorno. - Ancora niente? -
- No, e tu? -
- Sono arrivati con due astronavi, le hanno nascoste tra i monti del Black
Range, poi si sono divisi fra i tre obiettivi che gli aveva fornito Tess. Se
falliranno, è previsto l’invio di altre squadre ma per adesso ci sono solo
loro. Appena avremo finito qui andremo ad Albuquerque dopodiché, almeno spero,
saremo al sicuro per un po’… -
- Ottimo - L’attenzione del giovane fu attratta da un movimento ad una decina
di metri dall’incrocio all’angolo della casa. - Eccolo, ci siamo! -
Dovettero aspettare solo pochi minuti, poi l’uomo aprì la porta e Max lo
disintegrò con l’energia proiettata dalle sue mani.
Michael si lasciò andare contro la parete. - Santo cielo, Max, sei micidiale! -
- No, sono pieno di rabbia - Poi estrasse il granilite dalla tasca del
giubbotto. - Prendi il tuo: si va ad Albuquerque -
L’ora di cena era passata da poco quando i due ragazzi si ritrovarono davanti
all’abitazione degli Evans.
- Grazie, Michael - disse Max tendendo la mano verso l’amico.
- Gli amici servono a questo. Buonanotte… -
- Buonanotte - Con un sorriso il ragazzo entrò in casa mentre Michael, dopo
qualche secondo, si volse e tornò alla jeep.
Nel cuore della notte Max, che non era riuscito a prendere sonno, si alzò e si
rivestì. Badando a non far rumore scese le scale, prese i documenti e le chiavi
dell’auto del padre e uscì. Giunto davanti al Crashdown parcheggiò e, dopo
essersi accertato che non ci fosse nessuno, utilizzò la scala di sicurezza per
arrampicarsi fino alla piccola terrazza della camera di Liz. Il luogo aveva
un’aria abbandonata, probabilmente dovuta al fatto che lei mancava da casa da
parecchio tempo, ma c’era ancora una sdraia e vi si sedette, lo sguardo
attratto dal grande cuore rosso con delle iniziali al suo interno dipinto su
una parete. Il ricordo dell’ultimo incontro con Liz gli diede un senso
d’angoscia. Si sentiva in colpa per la situazione in cui si trovava, desiderava
aiutarla a prendersi cura del bambino, ma sapeva che lei non sopportava la sua
presenza. Avvertiva il suo dolore, la sua amarezza e avrebbe desiderato poterli
cancellare. Solo che non era possibile, e a lui non restava che sperare che il
tempo curasse le sue ferite. Rimase lì seduto fin quasi all’alba, poi si alzò e
raggiunse la scala. Aveva sceso il primo gradino quando la finestra si
spalancò.
La madre di Liz, come per un presentimento, si era svegliata di colpo e aveva
sentito il bisogno di andare nella stanza della figlia. Dai vetri aveva visto
un’ombra muoversi e si era avvicinata per verificare. Nel realizzare che si
trattava di Max si sentì ribollire per la rabbia e scavalcò il davanzale. - Max
Evans! Accidenti a te, come ti permetti di venire qui? Vattene! Sparisci! - Lo
raggiunse e cominciò a tempestarlo di pugni, il volto rigato di lacrime. - Hai
distrutto Liz, e osi venire in questa casa! Maledetto, maledetto! -
Colto di sorpresa dalla veemenza della donna, Max cercò di difendersi ma stava
in equilibrio precario e nell’arcuarsi all’indietro per evitare l’ennesimo
attacco cadde di sotto.
La signora Parker emise un gemito d’orrore e si affacciò. Il corpo di Max
giaceva scomposto sulla strada, e la donna si coprì la bocca con la mano. “Oh
mio dio!” Corse dentro casa e andò a svegliare il marito. - Jeff! Jeff,
svegliati! Max Evans è caduto dalla scala di sicurezza! Dobbiamo chiamare
un’ambulanza! Svelto! -
L’uomo si scosse a fatica. - Come? Cos’è successo? -
- Ho visto Max nella terrazza di Liz e gli sono andata addosso, ma lui era
sulla scala ed è caduto! Non si muove, Jeff… Ho paura che… Oddio, non può
essere morto! Non può! -
Finalmente lucido il marito prese la vestaglia e si precipitò giù per le scale.
- Tu resta qui, io torno subito! - esclamò senza voltarsi. Aperto l’ingresso di
servizio si trovò a pochi metri dal giovane. “Santo cielo!…” Gli corse accanto
e gli slacciò il giubbotto per sentire se il cuore batteva ancora, poi si
rialzò ed emise un sospiro di sollievo. “E’ vivo, per fortuna!” Tornò in casa
per telefonare, e di lì a poco giunse l’ambulanza.
Mentre gli addetti caricavano la barella arrivò un’auto di pattuglia. L’agente
che ne discese interrogò brevemente uno degli infermieri, il quale poté solo
riferire che avevano risposto ad una chiamata d’emergenza. Quando il mezzo di
soccorso si allontanò a sirene spiegate l’uomo si voltò lentamente per cercare
di capire cosa potesse essere successo e vide qualcuno vicino ad una porta
seminascosta, forse la porta di servizio del locale sull’altro lato
dell’edificio. - E’ lei che ha telefonato? -
- Sì - Parker fece un passo avanti, il viso stravolto dall’ansia. - Il ragazzo
si chiama Max Evans. E’ caduto dalla scala mentre stava sul bordo della
terrazza. E’ stato un incidente, un terribile incidente… -
- Capisco. Però in mattinata le sarei grato se passasse in ufficio per la
denuncia -
- Certo, naturalmente. Grazie, agente - L’uomo rincasò e il poliziotto si
aggiustò il cappello sulla testa. “Cosa diavolo ci faceva all’alba sulla scala
di sicurezza?” Guardò la terrazza poi la strada, su cui spiccavano alcune
macchie di sangue. “Non è molto alto ma, di schiena, dev’essere stato un bel
volo…”
- Ciao, papà. Cos’è quella faccia sorpresa? - Isabel scese l’ultimo gradino e
andò a dargli un bacio sulla guancia.
- Ero sicuro di aver lasciato qui le chiavi della macchina ma non ci sono più.
Beh, ora facciamo colazione e poi le cercherò meglio… -
Si sedettero a tavola, poi la signora Evans si avvicinò ai piedi delle scale e
chiamò il figlio. Sconcertata per non aver ricevuto una risposta si rivolse ad
Isabel. - Hai per caso sentito se usciva? -
- No, mamma. Aspetta, vado su a vedere! - La ragazza scostò la sedia e salì in
fretta al piano di sopra per trovare la stanza di Max vuota con il letto
sfatto. “Accidenti, dove diavolo sarà andato” Si affacciò alla balaustra e
guardò il padre. - Credo che Max sia uscito con la tua macchina - disse un po’
preoccupata.
- Benedetto ragazzo, e dove se ne sarà andato all’alba? -
- Caro, Max non sta bene, questa amnesia gli crea un mucchio di problemi, non
potrebbe…? -
A quelle parole Isabel scosse decisa la testa scendendo in fretta le scale. -
No, stai tranquilla, mamma, ieri abbiamo parlato molto e so che non ci avrebbe
riprovato - S’interruppe di colpo e fissò la donna, che aveva sgranato gli
occhi per la sorpresa. - Vuoi dire che…? -
La ragazza raggiunse con calma l’ultimo gradino. - Come hai detto tu Max non
sta bene, però credo che abbia superato il momento più difficile e quindi non
devi temere qualcosa di drastico da parte sua. Ieri sera non ha voluto dire
nulla di dove sia stato con Michael: magari adesso è da lui. -
In quel momento suonarono alla porta e il signor Evans impallidì paurosamente
nel trovarsi davanti Jim Valenti. - Oddio, sceriffo, si tratta di Max? -
L’uomo si tolse il cappello cercando con lo sguardo Isabel. - Ehm, sì, però
vorrei parlare con sua figlia, se non le spiace… -
Lei gli andò vicino torcendosi le mani. - Non si preoccupi, loro sanno la
verità su di noi. Allora? E’ successo qualcosa a mio fratello? -
- Lo hanno portato al pronto soccorso. Sembra che sia caduto dalla terrazza
della casa dei Parker, stamane all’alba, e quando l’ambulanza è arrivata era
ancora privo di sensi. Sono passato in ospedale, lo stavano portando a fare
delle radiografie, e penso che dobbiate andare da lui il prima possibile -
- Sì, certo! - Agitatissima, Isabel tornò di corsa in camera per prendere le
chiavi della sua macchina. - Papà, mamma, andiamo! - e seguì lo sceriffo fuori
di casa.
Max era appena stato riportato in corsia e i suoi genitori cercarono di parlare
col medico che gli aveva prestato le prime cure. Isabel, invece, si avvicinò al
fratello e gli prese una mano. - Max, come stai? -
Lui la guardò con occhi velati dalla sofferenza. - Credo… di non avere… un solo
osso intero… - sussurrò respirando a fatica. - Portami via… -
- Sì, certo. Ti hanno fatto prelievi di sangue? -
- No, non ancora… Le lastre non sono… importanti… -
- Bene. Ok, vado ad avvertire papà! - Si curvò a deporre un bacio sulla sua
fronte e si sforzò di sorridergli. - Sei decisamente perseguitato dalla
sfortuna… - mormorò tirando su col naso.
- Comincio… a crederlo anch’io… - Il giovane chiuse gli occhi, il respiro
spezzato. - Sta… arrivando qualcuno? - chiese con un filo di voce.
- No, non adesso - Isabel diede una rapida occhiata intorno a sé. - No - ripeté
con sicurezza.
Max mosse debolmente la mano ancora stretta tra le dita della sorella e lei,
intuendo quello che voleva fare, lo aiutò a posarla sul suo torace. Dopo alcuni
secondi emise un sospiro. - Grazie… ora va un po’ meglio… -
- Già, immagino, ma sarà meglio evitare che ti facciano una nuova serie di
lastre! Ora vado, ciao! -
- Ciao - Il ragazzo cercò di sorridere ma dovette mordersi le labbra per
trattenere un gemito.
Sconvolta, Isabel corse dai genitori e fece loro capire la necessità di far
uscire subito Max dall’ospedale.
La signora Evans, ricordando come Max si fosse rimesso a posto le fratture
provocategli dagli agenti federali che li avevano prelevati, sollecitò il
marito a firmare l’apposita dichiarazione, contro il parere del medico, ed in
breve poterono riportare a casa il figlio.
Quando fu al sicuro nella sua stanza il giovane usò i poteri di cui era dotato
per curarsi le ferite e nel tardo pomeriggio la madre lo trovò tranquillamente
addormentato. Commossa, gli sedette accanto e lo accarezzò sui capelli.
“Tesoro… vorrei tanto che la tua vita tornasse ad essere semplice e spensierata
come quando eri bambino…”
In quel momento Max si svegliò e le sorrise. - Ciao - disse piano.
- Ciao, caro. Come ti senti? -
- Benissimo, grazie - Si sollevò lentamente a sedere. Indossava ancora la
maglietta e i pantaloni con cui era uscito la sera prima perché nessuno aveva
osato svestirlo nel timore di peggiorare le sue condizioni.
- Puoi dirmi com’è successo? Lo sceriffo ci ha detto solo che sei caduto dalla
terrazza dei Parker. Cosa ci facevi lì? -
Il ragazzo si appoggiò alla testiera del letto. - Avevo voglia di vedere quel
posto. Volevo… sentirlo… E poi, mentre scendevo con la scala di sicurezza, è
arrivata la signora Parker. E’ stato allora che ho perso l’equilibrio e sono
caduto. -
- Davvero è andata così? - s’intromise Isabel, apparsa in quel momento sulla
soglia della stanza.
- Sì -
Il tono deciso del fratello la colpì sgradevolmente. “Dunque le cose sono un
po’ più complesse di quello che vorresti farci credere…”
“Non azzardarti ad entrare nei miei pensieri!”
La voce mentale del fratello la colse di sorpresa. Non sapeva che lui avesse
quella capacità e si strofinò le braccia per nascondere il disagio. - Ok -
borbottò, senza far caso all’occhiata perplessa che le lanciò la madre, poi
aggiunse: - Te la senti di partire stasera? -
- Certo. Dammi solo il tempo di cambiarmi -
- C’è un volo alle nove, quindi fai le cose con calma… -
La donna si rimise in piedi con un’espressione afflitta sul viso. - Ma così
avrete a malapena il tempo di cenare con noi! Non potete rinviare a domani? -
Isabel le diede un breve abbraccio affettuoso. - Mi spiace, mamma, ma domattina
ho un test di chimica e non posso assolutamente mancare… -
Più tardi, quando ormai i due ragazzi erano andati via, telefonò Nancy Parker
per chiedere notizie di Max e la signora Evans, che aveva preso la chiamata,
rispose con un po’ di diffidenza. - Sta meglio, grazie. Ma mi piacerebbe capire
come sia accaduto. Mi ha detto che era venuto da voi perché voleva vedere la
terrazza… -
“- Sì, infatti l’ho trovato lì. Il fatto è che… vedendolo mi sono infuriata…
Lui… beh, lui ha messo incinta Liz e poi è sparito dalla circolazione, e credo
che possa capire cosa provi nei suoi confronti! Io… l’ho colpito ed è…
scivolato giù dalla scala di sicurezza… Mi dispiace, mi dispiace tantissimo…
Forse dovrei avvertire Liz ma non ne ho il coraggio… -“
Nell’udire la donna piangere sommessamente mentre parlava la madre di Max si
placò. Comprendeva il suo punto di vista, del resto anche lei era rimasta
scioccata alla notizia della nascita del piccolo Jason, e di certo non doveva
essere stato piacevole trovarsi in casa un intruso. Cercò di confortarla
tranquillizzandola sulle condizioni di suo figlio e la pregò di non parlarne
con Liz. - Si preoccuperebbe inutilmente, e comunque non potrebbe fare nulla. A
quest’ora il loro aereo starà per decollare e domani hanno dei test, quindi
terranno i cellulari spenti. Max sta bene, mi creda… -
“- Ma è caduto da un’altezza di tre piani, mio marito ha detto che era privo di
sensi! -“
- Non so che dirle, ha solo una caviglia slogata e un po’ di mal di testa. -
improvvisò la signora Evans - Stia tranquilla, è tutto a posto! Buonanotte… -
La madre di Liz rimase per un attimo interdetta poi salutò ed interruppe la
comunicazione. Si era angosciata per tutto il giorno all’idea di essere stata
la causa di quel terribile volo ma se Diane diceva che era tutto a posto
evidentemente doveva essere vero. Magari Max poteva guarire se stesso come
aveva fatto con sua figlia… Sì, forse le cose stavano così! Sentendosi
sollevata andò in soggiorno e raccontò al marito quello che aveva saputo.
Un’altra settimana trascorse tranquillamente poi il giovedì successivo arrivò
ad Albuquerque Morgan Coltrane.
Isabel ed il fratello erano appena usciti dall’edificio dove avevano seguito
l’ultima lezione della giornata e l’uomo si avvicinò alla ragazza stringendola
in un abbraccio fortissimo prima di voltarsi a salutare Max con un sorriso
irresistibile. - Ciao, Max! E’ incredibile ma Isabel diventa più bella ogni
volta che la vedo! -
La ragazza sorrise divertita per il complimento. - Beh, adesso non esagerare… -
Lo guardò negli occhi speranzosa. - Quanto tempo ti fermerai qui in città? -
- Ho avuto solo qualche giorno di permesso, ma è meglio di niente! - Morgan le
diede un bacio veloce sulle labbra. - Ora andate a posare i libri: voglio
portarvi in un locale messicano aperto da poco di cui mi hanno parlato in modo
fantastico! -
- Anche io? - si sorprese Max.
- Certo! Sei il fratello di questa splendida creatura, e quindi sei obbligato
moralmente ad unirti a noi! Su, adesso andate: vi aspetto qui… -
- Ok - Isabel gli sorrise e corse via mentre Max, scrollando mentalmente le
spalle, la seguì con calma.
Fu una serata molto piacevole, il cibo piccantissimo incontrò il favore dei
fratelli Evans, poi Morgan chiese ad Isabel di trascorrere il fine settimana a
casa sua.
La ragazza si voltò pensierosa in direzione di Max, intento a sgranocchiare
delle patatine di taco intinte in salsa di peperoncino, che le lanciò un rapido
sorriso. - Non preoccuparti per me, vai pure… Forse andrò a San Diego… -
- Ok, allora darai un bacio a Jason da parte mia, vero? -
- Sì, certo - Il viso del giovane s’illuminò al pensiero del figlioletto, ma
poi uno strano senso di calore lo pervase all’idea di rivedere Liz. Quella
ragazza lo affascinava, con la sua riservatezza, la sua serietà, l’amore con
cui si occupava del bimbo…
Quella volta, però, avvertì prima del suo arrivo e Liz ebbe il tempo di
prepararsi psicologicamente ad incontrarlo. Fu per questo che, quando andò ad
aprire la porta d’ingresso, teneva Jason in braccio e sorrideva serena. - Ciao,
Max - disse tranquilla mentre il bambino si agitava gioiosamente nel disperato
tentativo di andare dal padre.
- Ciao - Il giovane rimase per un attimo a fissarla. “Sei così diversa da lei…
così dolce… e bella anche dentro…” Poi si scosse notando la fatica che faceva
per tenere a bada il piccolo e glielo tolse dalle braccia. - Sì, amore, vieni
qui! - disse sorridendo per l’entusiasmo con cui Jason lo accoglieva ogni
volta.
- Ti adora… - mormorò Liz un po’ imbarazzata.
- Sì, me ne sono accorto! - Max sorrise e, seguendo il suo invito, entrò in
casa.
- Ti ho preparato la stanza degli ospiti: è un po’ piccola ma è molto luminosa.
-
- Sei molto gentile, non volevo crearti tutto questo disturbo… -
Lei scosse le spalle. - No, figurati. Anzi, così mi darai una mano con Jason,
in questi ultimi giorni è diventato molto irrequieto. Forse sentiva che saresti
venuto - Pronunciò quelle parole quasi con indifferenza ed il giovane si sentì
fremere. “Jason ha ereditato tutte le potenzialità del mio lato alieno… Liz si
rende conto di cosa questo significhi?” Poi, ricordando quello che lei gli
aveva detto una volta a proposito del bisogno che lui ed il bimbo avevano l’uno
dell’altro, comprese che la ragazza ne era perfettamente consapevole. Ad un
tratto percepì l’imperiosa richiesta di Jason e glielo riconsegnò. - Vuole
mangiare -
- Oh! - Liz prese il bambino e si avviò in camera da letto. - Scusa, ma trovo
più comodo allattarlo stando sulla sedia a dondolo. - disse dandogli le spalle.
Vedendo che lui l’aveva seguita arrossì mentre si slacciava il golfino e
porgeva il seno al figlio.
- E’ bello vederti allattarlo… -
La ragazza divenne ancora più rossa. - Sei… sei molto gentile… - mormorò.
Max le s’inginocchiò accanto per sfiorare con la punta delle dita la guancia
soffice di Jason, che prese a sgambettare contento e cercò di afferrare un dito
con la manina libera.
Profondamente emozionato il giovane non riusciva a staccare lo sguardo dal
bimbo. - Liz, io… - Una lacrima gli brillò inopportuna sul bordo delle ciglia.
- Io vorrei poter ricordare… - sussurrò.
Liz gli accarezzò il volto col dorso di una mano e lui rialzò la testa ad
incontrare i suoi occhi. - Se davvero lo vuoi ci riuscirai… - disse sorridendo,
poi si protese in avanti per baciarlo.
Fu un bacio casto, breve, pieno di dolcezza, e Max si sentì fremere.
Quasi spaventata dalla sua iniziativa la ragazza si scostò subito cercando di
capire la sua reazione.
Il giovane la fissò a lungo in silenzio prima di accennare un timido sorriso e
tornare a giocare con la mano di Jason.
Poi Liz cambiò posizione al bambino e Max si alzò. - Vado a preparare qualcosa
per pranzo - La sua fu quasi una fuga ma lei sentì la speranza nascerle di
nuovo nel cuore.
Quando andò in cucina tenendo il figlio contro la spalla per aiutarlo a
digerire spalancò gli occhi nel vedere la tavola apparecchiata ed una serie di
pentole sui fornelli. - Che profumino! -
Max le sorrise divertito. - Beh, me la cavo, ma penso che in questo momento tu
sia troppo affamata per poter giudicare imparzialmente… -
Poco dopo poterono gustare le pietanze preparate in maniera più che discreta
dal giovane poi Liz si alzò scusandosi. - Devo cambiare Jason, e quando torno
preparo il caffè e ce lo prendiamo con calma di fuori, va bene? -
Più tardi, mentre sorseggiavano la bevanda, la ragazza si guardò intorno. -
Come vanno gli studi? - chiese senza avere il coraggio di voltarsi verso di
lui.
- Bene, grazie. Io… ho deciso che, visto che devo restare qui, tanto vale che
mi dia da fare… -
- Allora hai rinunciato a tornare su Antar? -
Un po’ a disagio Max incrociò le caviglie. - Veramente sono stato costretto a
scappare - ammise. - Non ho potuto spezzare il legame tra il governo del
pianeta e il Consiglio di Zoltar perché me ne sono reso conto troppo tardi.
Tess e Nasedo sono stati molto bravi ad ingannarmi… -
“Tess?” - Questo vuol dire che, se potessi, andresti di nuovo lassù? - chiese
Liz desolata.
- Io non posso scegliere - replicò Max guardando fisso davanti a sé. - Loro
hanno scelto per me. Antar ha raggiunto un equilibrio che non ho alcun diritto
di sconvolgere. Non c’è più un posto cui appartenga -
La ragazza percepì l’amarezza nella sua voce e d’istinto gli si avvicinò. -
Questo non è vero - Gli prese una mano e la strinse forte. - Qui c’è Jason, ci
sono io… La nostra casa sarà sempre aperta per te! -
Col cuore che gli batteva all’impazzata Max ricambiò la stretta. - Liz, io… -
S’interruppe. Un muscolo sulla mascella vibrò tradendo la sua tensione interna.
- Liz… - ripeté sottovoce, poi si voltò verso di lei e le sfiorò delicatamente
le labbra con il pollice. - Sei dolcissima…. -
Il bacio fu dapprima gentile, e man mano si trasformò. Divenne intenso,
profondo, affamato, e i due giovani si strinsero in un abbraccio da cui si
sciolsero solo per riprendere fiato.
Max fissava ansimante la ragazza. Aveva visto i suoi ricordi, aveva sentito le
sue emozioni, e un intero mondo si era aperto davanti a lui.
Liz, invece, era sconvolta. Le immagini che aveva ricevuto dall’inconscio del
ragazzo erano terribili. Le torture subite su Zoltar, la morte di Tess, la
caduta dalla terrazza sotto gli occhi allucinati di sua madre, la profonda
solitudine di chi si sente inutile… Con un gemito fu di nuovo tra le sue
braccia. - Mio dio, Max! - riuscì a mormorare prima di ricominciare a baciarlo
per scacciare tutto il dolore che aveva sentito in lui.
In preda al desiderio il giovane la prese in braccio e, senza interrompere il
bacio, rientrò in casa. Avanzando alla cieca andò quasi a sbattere contro il
tavolo della cucina. Senza esitare ve la depose, eliminò in fretta gli ostacoli
che li separavano e la fece sua.
Liz gli cinse i fianchi con le gambe assecondando i suoi movimenti frenetici e
alla fine emise un grido liberatorio. - Max! -
Allora lui la guardò negli occhi e vi lesse un amore sconfinato. - Liz… tesoro…
- Le sfiorò le labbra in un ultimo bacio poi si raddrizzò e l’aiutò a
rimettersi in piedi. - Ti ho fatto male? -
- No - Liz gli sorrise, un sorriso pieno di gioia. Dopo un attimo, quasi
imbarazzata, gettò una rapida occhiata dietro di sé. - Jason… Che ne dici di
portarlo sulla spiaggia? - disse tornando a guardarlo in volto.
Il ragazzo socchiuse un attimo gli occhi. - Già, si è svegliato… D’accordo -
Il pomeriggio trascorse molto in fretta poi, dopo cena, il lettino del bimbo
venne spostato nella stanza degli ospiti e i due ragazzi si ritrovarono ancora
una volta soli.
Non parlarono, non ce n’era bisogno, ma si spogliarono a vicenda con gesti
lenti e sensuali e fecero l’amore tutta la notte.
Il sole stava sorgendo quando finalmente si abbandonarono al sonno, l’uno nelle
braccia dell’altra.
A parecchie centinaia di miglia di distanza anche Isabel e Morgan dormivano
languidamente abbracciati quando un sogno, quasi una premonizione, svegliò di
colpo la ragazza. Tremando per l’angoscia si passò una mano sulla fronte. Aveva
visto suo fratello e Liz sdraiati insieme sul letto, colpiti entrambi alla
tempia, ed il braccio teso dell’assassino con la pistola ancora fumante stretta
nella mano. “Oh mio dio… Max…” Si morse furiosamente le labbra. “Potrebbe anche
essere soltanto un incubo ma non posso rischiare…” Si raggomitolò voltando la
schiena a Morgan, che non si era accorto di nulla, e chiuse gli occhi
concentrandosi. “Max! Max, puoi sentirmi? Credo di aver avuto una visione! C’è
qualcuno, non so chi sia, non ho visto il suo volto, che vuole ucciderti! Anche
Liz è in pericolo!”
Reagendo al contatto mentale della sorella il giovane spalancò gli occhi.
“Isabel!”
“Max, stai attento, ti prego!”
Max, ormai perfettamente vigile, si tese nello sforzo di percepire ogni minimo
rumore e dopo qualche secondo sentì il vago fruscio del tessuto contro il
tessuto. D’istinto si gettò sopra il corpo di Liz per proteggerla tendendo
contemporaneamente il braccio destro verso la porta. - Nasedo! Maledetto
bastardo! - Una sfera di energia scaturì dalla sua mano e andò a colpire l’uomo
immobile sulla soglia, che riuscì a sparare un solo proiettile prima di
crollare a terra, morto.
Svegliata bruscamente Liz si agitò e, sentendo il grido di Max ed il fragore
dello sparo, lanciò un urlo.
Il giovane, visto il foro lasciato dalla pallottola a soli pochi centimetri
dalla testa di Liz, se la strinse al petto e cercò di calmarla accarezzandole i
capelli. - Shh, tranquilla, è tutto finito… - Continuò a cullarla finché sentì
che il suo corpo cominciava a rilassarsi. - E’ finito… - ripeté.
A poco a poco la ragazza fece capolino dal cerchio delle sue braccia. - Chi
era? - domandò con un filo di voce.
- Nasedo. Voleva vendicare Tess. Isabel mi ha avvertito appena in tempo. A
proposito… - Socchiuse gli occhi e si collegò alla sorella per rassicurarla.
Sorrise nel percepire il suo sollievo, poi diede un bacio a Liz sulla tempia. -
Aspettami qui, non ti muovere! - Prese i jeans abbandonati per terra e li
infilò in fretta prima di avvicinarsi al corpo dell’alieno e trascinarlo in
corridoio, dove usò i suoi poteri per distruggerlo. “Sì, adesso è veramente
finito tutto…” Andò a controllare Jason, che dormiva placido, ed infine tornò
da Liz. - Va meglio? - le chiese con una punta d’ansia.
Lei annuì mettendosi in ginocchio, incurante della propria nudità, e lo
abbracciò forte. - Jason sta bene? - chiese piano.
- Sì, dorme ancora… - Max la strinse con tenerezza. Quel corpo caldo e sottile
tremava ancora e lui si sentì morire dentro. - Liz, amore mio… - Le mise una
mano sulla nuca, assaporando il profumo di quella massa di capelli soffici.
Rimasero così, dandosi reciproco conforto, per diversi minuti poi Liz si
sciolse dall’abbraccio e gli accarezzò il volto. - Sarà meglio che mi vesta,
ora… - mormorò scostandosi da lui e scendendo dal letto.
Mentre era in bagno davanti allo specchio per legarsi i capelli lo vide entrare
e fermarsi alle sue spalle. Era ancora a torso nudo, il volto serio ed intenso.
Le diede un bacio alla base del collo poi, incontrando il suo sguardo riflesso,
le pose le dita sulla scollatura del maglioncino e le fece scivolare verso il
basso lasciando una traccia luminosa.
La ragazza sorrise e posò la propria mano sulla sua. Quella luce significava
che il loro era di nuovo un rapporto profondo, sincero, e aveva la forza di
fronteggiare qualsiasi attacco. Anche quando veniva da un alieno mutaforma che
avevano creduto amico. Ancora una volta Max era al suo fianco, e sapeva che
nessuno, mai più, avrebbe potuto dividerli.
“Caro diario, sono Liz Parker, e tra
quindici giorni diventerò Liz Parker Evans. Il mondo è tornato ad essere un
posto meraviglioso, ed io sono di nuovo viva, respiro, cammino, volo! Perché ho
un bimbo bellissimo con lo stesso sorriso di suo padre, e Max, il mio adorato
Max, è di nuovo con me…”
Scritta da Elisa |